Synthetic Jester e Synthalia: “L’intelligenza artificiale è uno strumento, la visione resta centrale”

Synthalia è un contest musicale internazionale dedicato a brani realizzati con il supporto dell’intelligenza artificiale, un progetto che nel giro di poche edizioni è passato da iniziativa sperimentale a piattaforma strutturata capace di intercettare nuove modalità di produzione e scrittura musicale. Promosso dall’Associazione Culturale Synthalia, il festival mette al centro il dialogo tra creatività umana e tecnologie generative, proponendosi come spazio di osservazione e selezione per linguaggi ancora in fase di definizione.

All’interno di questo contesto si inserisce il ruolo di Synthetic Jester, team leader della giuria artistica dell’edizione 2026. La sua presenza non è soltanto legata a una competenza tecnica maturata come producer, ma anche a un’esperienza diretta nel contest: vincitore dell’edizione precedente, porta oggi uno sguardo che tiene insieme prospettiva autoriale e capacità di valutazione critica.

L’intervista si sviluppa proprio a partire da questa doppia posizione, affrontando alcuni nodi centrali del progetto Synthalia. Dalla crescita nella consapevolezza dell’uso dell’intelligenza artificiale fino al peso dell’anonimato nel processo di selezione, emerge un quadro in cui il focus si sposta progressivamente dallo strumento alla visione artistica. Non si tratta più di interrogarsi sulle potenzialità tecniche dell’AI, ma sulla sua integrazione all’interno di un percorso espressivo riconoscibile.

Accanto a questo, trovano spazio riflessioni sulle differenze tra i brani italiani e internazionali, sul confronto interno alla giuria e sul rapporto con un pubblico chiamato sempre più a confrontarsi con produzioni ibride. Ne deriva una lettura lucida di un ambito che continua a evolversi rapidamente, sospeso tra sperimentazione e normalizzazione, e destinato a incidere in modo sempre più concreto sulle pratiche musicali contemporanee. Abbiamo rivolto a Synthetic Jester qualche domanda.

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Synthalia nasce come progetto sperimentale ed è oggi una realtà strutturata: da team leader della giuria, quale cambiamento hai percepito più chiaramente in questa evoluzione, soprattutto nel rapporto tra creatività umana e strumenti di intelligenza artificiale?

Innanzitutto desidero ringraziare la redazione per l’intervista. Ciò che ho percepito in modo molto chiaro è stata una crescita nella consapevolezza dell’uso degli strumenti di intelligenza artificiale. All’inizio, come spesso accade con una tecnologia emergente, prevalevano entusiasmo, curiosità e una forte voglia di sperimentare per capire cosa fosse possibile realizzare.

Oggi, invece, ho notato un approccio più maturo: se in una prima fase l’attenzione era principalmente rivolta allo strumento, ora si sta progressivamente spostando sull’intenzione artistica.

Questo cambiamento indica che l’intelligenza artificiale non viene più percepita come una semplice novità ma come un vero e proprio mezzo espressivo integrato nel processo creativo. In altre parole, si comincia a comprendere che l’AI da sola non basta anche se, ancora oggi, quando si parla di AI si entra spesso in un territorio che viene ancora guardato con pregiudizi o con molte semplificazioni. Faccio sempre l’esempio dei primi sintetizzatori, dei campionatori o delle drum machine: all’inizio venivano percepite come “il male” mentre oggi sono strumenti normalissimi, presenti negli studi, nelle case e nella produzione musicale di tutti i giorni.

Avete valutato i brani in forma completamente anonima: quanto ha inciso questa scelta sul processo decisionale e che tipo di ascolto ha favorito rispetto a contesti più tradizionali?

Premetto che non è stato affatto semplice giudicare tutti i brani perché per esprimere una valutazione equa è necessario un ascolto attento e approfondito; è stato davvero un lavoro tosto! 

Il fatto che i brani fossero presentati in forma anonima ha avuto un impatto molto positivo: l’anonimato porta infatti ad un ascolto più pulito, libero da condizionamenti: non sai chi c’è dietro ad un brano, se si tratta di un artista già conosciuto, se ha un seguito, se è un personaggio forte o con una presenza online rilevante. Hai davanti soltanto la musica. 

Questo cambia molto, perché ti obbliga a concentrarti su ciò che conta davvero: il pezzo, la sua forza, la sua identità e ciò che riesce a lasciarti. In contesti più “tradizionali”, infatti, il nome o il contesto possono influenzare, anche involontariamente, il giudizio. In questo caso, invece, l’ascolto “nudo e crudo” ha reso la valutazione più equa e credibile. 

Il criterio di selezione non era legato alla tecnologia utilizzata ma alla direzione artistica: quali elementi ti hanno fatto riconoscere un progetto davvero consapevole nell’uso dell’AI?

Penso che un progetto consapevole si riconosca quando si percepisce che dietro ci sono scelte concrete. Non basta che un brano suoni bene o che sorprenda al primo impatto con un semplice “wow”. Ciò che fa davvero la differenza, a mio avviso, è capire se esiste una direzione, un pensiero e se qualcuno abbia guidato quel risultato.

Questi elementi si colgono dalla coerenza del brano, dall’atmosfera, da come si sviluppa e soprattutto dalla sua capacità di evitare di cadere nel banale. Quando un progetto è realmente consapevole, l’AI smette di essere la protagonista e diventa uno strumento inserito all’interno di una visione. Ciò si percepisce quando emerge un’identità e quando non si ha l’impressione di ascoltare qualcosa di casuale o assemblato ma qualcosa che possiede un senso compiuto, indipendentemente dai gusti o dai generi.

La divisione in due categorie linguistiche evidenzia una dimensione internazionale del contest: hai riscontrato differenze significative nell’approccio creativo tra i brani italiani e quelli internazionali?

Direi di sì. La lingua italiana è probabilmente più difficile da gestire per un modello generativo, anche perché probabilmente è stato utilizzato meno materiale per addestramento rispetto a lingue come l’inglese o lo spagnolo. Una differenza che ho notato riguarda l’arrangiamento, che nei brani stranieri spesso risulta più vario mentre nei brani italiani ho percepito una maggiore attenzione al testo e al messaggio. In molte canzoni emerge un approccio legato maggiormente ispirato al cantautorato italiano, con arrangiamenti più classici legati alla nostra tradizione. 

Nei brani internazionali, al contrario, ho trovato maggiore libertà sul piano musicale e una maggiore propensione alla sperimentazione: atmosfere diverse, generi che si mescolano e strutture che a volte sembrano più orientate a costruire un nuovo “mondo” musicale che a seguire una forma tradizionale. 

Non parlerei però di una differenza netta o assoluta, piuttosto si tratta di sensibilità diverse, modi differenti di arrivare alla musica ed è stata proprio questa varietà, secondo me, a rendere il contest particolarmente interessante.

Arrivi a questo ruolo dopo la vittoria del 2025: in che modo la tua esperienza diretta come artista in gara ha influenzato il tuo sguardo da giurato e team leader?

Questa è una bella domanda. Mi ha influenzato molto, perché so cosa significa stare dall’altra parte, presentare un proprio lavoro ed esporsi mettendo in gioco qualcosa di personale. Aver partecipato prima come artista mi ha dato uno sguardo più attento e più empatico: da giurato non mi sono limitato ad ascoltare il risultato finale in senso tecnico ma cercavo anche di capire se dietro al brano ci fosse una reale intenzione artistica. Credo che questa esperienza mi abbia aiutato a riconoscere meglio la differenza tra un uso superficiale di un modello generativo e un lavoro invece più personale.

Consideri l’intelligenza artificiale una prosecuzione dell’immaginazione: guardando ai venti finalisti, quali segnali ti fanno pensare che questa direzione possa diventare centrale nella produzione musicale dei prossimi anni?

Qui potremmo parlarne per ore ma posso dire che il segnale principale è che ormai non si tratta più soltanto di curiosità o di semplici esperimenti: tra i partecipanti abbiamo ascoltato lavori con una propria identità e un’intenzione precisa. Questo significa che il “mezzo” sta maturando e, soprattutto, stanno maturando gli artisti nel loro modo di utilizzarlo. Un altro segnale che considero molto importante è che sempre più persone non usano l’AI per sostituire un’idea ma per svilupparla, ampliarla e trasformarla in qualcosa di più personale.

Personalmente credo che questa direzione diventerà sempre più centrale, non perché cancellerà il resto ma perché si integrerà sempre di più nel modo di fare musica, anche perché è difficile pensare che una tecnologia che sta entrando nella vita di tutti i giorni in modo così radicale sia qualcosa di passeggero. Già moltissimi musicisti e produttori utilizzano l’AI da tempo, anche prima della sua diffusione con le piattaforme più blasonate, sia a livello creativo sia come supporto per generare sezioni strumentali, voci o altro. Alla fine, però, sono convinto che sarà il pubblico a decidere: essendo esseri umani, continueremo sempre ad ascoltare ciò che ci piace, indipendentemente da come è stato realizzato.