Alessandro Cerea: l’esordio è “Dirupi”

Chissà cosa sono i “dirupi” di questo nuoto tempo, di questa nuova narrativa che fa un disco simile. Sembra restare ancorato al passato ma è vero anche che riecheggiano nuove elettroniche e nuovi modi di usarle. Niente di artificiale, poco di artificioso… Alessandro Cerea affida il gusto artistico ad un cantautore che da tempo abbiamo perso dai radar come Giuliano Dottori. E questo “Dirupi” sembra un miscuglio di cose con un piglio vocale che ricorda molto le scene alcoliche genovesi in tempi di vicoli e città vecchie. È antico questo disco… il cantautore tout court che cerca davvero di tornare sul dirupo di questo tempo futile.

ALESSANDRO CEREA

I dirupi… a cosa ti riferisci?
I dirupi sono per me le vicissitudini che si incontrano nel percorso che dalla tarda adolescenza conduce alla vita adulta: dalle vette idealistiche dei vent’anni, dagli amori laceranti e i sentimenti più “ripidi”, si arriva a valle e si scende a patti con la terra, con la difficoltà di trovare un posto nella società e la necessità tecnica di rendere comunicabili quei sentimenti che prima hanno tanto tormentato. Per trovare poi, forse, il mare.

Che poi a fine disco c’è il brano “Dirupi felici”: come a dire che in fondo siamo “felici” di scivolare giù?
Dirupi felici, che chiude l’album, è paradossalmente la canzone più vecchia che lo compone. L’ho infatti scritta 10 anni fa. In un certo senso parla proprio di un abbandono positivo al sentimento amoroso, come se ad un certo punto si riuscisse a trovare una sintesi tra i tormenti e le gioie, così come tra se stessi e la natura circostante. Quindi si, c’è sicuramente una forma di felicità alla base di questa canzone e dell’intero album.

Quanto devi alla tua città per la scrittura di un disco simile?
Devo molto a diverse città: sicuramente Varese, dove vivo, ma anche Cremona e Genova. La dimensione provinciale caratterizza quasi tutte le mie canzoni, perché è il luogo che ho frequentato maggiormente e ha formato, purtroppo o per fortuna, la mia visione del mondo.

La parola torna al centro di tutto… questo disco nasce prima sulla carta e poi dentro ai synth?
Esattamente, c’è stato un lavoro di scrittura piuttosto lungo, almeno tanto quanto la produzione musicale. Le canzoni presenti in questo album raramente nascono dall’improvvisazione in studio: tutto ciò che concerne l’arrangiamento e il sound design si è sviluppato sulla base di una scrittura già definita sia a livello testuale che armonico e melodico.

E parlando di synth, che ricerca e che suoni avete voluto raggiungere?
A livello di synth siamo partiti da simulazioni di strumenti “classici” come ad esempio il Juno-106 e il Mellotron, per poi lavorarli con effettistica più contemporanea. Abbiamo cercato di mantenere un equilibrio sottile tra elettronica e musica suonata, cercando di non far mai prevalere veramente l’una sull’altra.

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