Ælettra è un progetto musicale AI assisted che nasce dall’incontro tra scrittura, ricerca sonora e sperimentazione tecnologica. Alla sua origine c’è Giuliano Golfieri, musicista, autore e innovatore, che da anni lavora sul confine tra linguaggi espressivi e strumenti digitali. Lontano tanto dalla retorica futurista quanto dalle diffidenze ideologiche verso l’intelligenza artificiale, Ælettra si propone come un campo di lavoro in cui la tecnologia diventa estensione del gesto creativo umano.
Golfieri non delega all’AI il ruolo di autrice. Scrive integralmente i testi, definisce la direzione artistica e, a seconda dei brani, compone le musiche o ne guida la realizzazione attraverso prompt e indicazioni precise. In questo dialogo tra uomo e macchina, Ælettra prende forma come identità musicale coerente, non come esperimento isolato. Un progetto che trova nel singolo Let Me Fall una tappa significativa del proprio percorso.
Il brano è la riscrittura in lingua inglese di Lasciami Cadere, traccia di apertura dell’album Uno di noi Due. Non una traduzione letterale, ma un adattamento pensato per mantenere intatta la tensione emotiva dell’originale, riformulandola all’interno di una diversa musicalità linguistica. Il risultato è un pezzo che si muove in un territorio alternative rock riconoscibile, capace di dialogare con un immaginario internazionale senza perdere radicamento personale.

Come definiresti oggi Ælettra: un progetto musicale, concettuale o un laboratorio di linguaggi?
Ælettra è tutte queste cose. È un progetto musicale perché nasce da canzoni ed emozioni reali, ma è anche concettuale perché riflette su cosa significhi creare oggi.
Rappresenta il punto di incontro tra la mia anima analogica e una visione digitale. Qui la tecnologia non è esercizio di stile, ma linguaggio: uno strumento che mi permette di tradurre sentimenti umani in forme nuove senza snaturarli. Ælettra è un laboratorio dove posso esplorare territori che tradizionalmente mi sarebbero preclusi, mantenendo però un controllo autoriale totale su testi e direzione artistica.
Nel tuo lavoro l’AI non sostituisce l’umano ma ne diventa estensione: come si traduce concretamente questa idea in Let Me Fall?
Si traduce nel fatto che scrivo il 100% dei testi e guido la direzione. Spesso il brano nasce chitarra e voce; l’AI entra in gioco dopo, come supporto per il brainstorming sonoro e, infine, come interprete.
In Let Me Fall mi ha aiutato a scolpire il sound rock e a verificare la naturalezza della metrica inglese, ma ogni scelta finale è umana. L’AI non decide cosa dire né come dirlo: rende tecnicamente realizzabile una visione che esiste già nella mia testa, senza compromessi.
In che modo cambia il tuo ruolo di autore quando lavori “a quattro mani” con una macchina?
Non sono più l’esecutore di ogni singola nota, ma divento un regista o un direttore d’orchestra. Il mio compito è guidare il processo creativo mantenendo la rotta sull’intenzione emotiva.
Lavoro attraverso input e scelte continue: l’AI propone possibilità, ma non prende decisioni. È un dialogo attivo in cui io seleziono, scarto e rifinisco. È l’esatto opposto dell’automazione passiva: richiede un ascolto critico costante, perché basta una piccola variazione per alterare il senso del brano.
Pensi che l’uso dell’intelligenza artificiale possa amplificare l’urgenza espressiva invece di attenuarla?
Sì, perché abbatte le barriere economiche ed esecutive. Avere un’interprete virtuale multilingue mi permette di concentrarmi puramente sul messaggio.
Senza questa tecnologia, un progetto come Ælettra avrebbe richiesto budget e strutture impensabili per un indipendente. L’AI democratizza l’accesso a una qualità produttiva alta, liberando l’espressione dai vincoli materiali.
Qual è il rischio maggiore che vedi oggi nell’uso dell’AI applicata alla musica?
La pigrizia creativa. L’illusione che basti un prompt generico per fare arte porta a risultati standardizzati, una sorta di “media statistica” di ciò che già esiste. In poche parole a quello che i media amano definire “AI Slop”.
L’AI tende a produrre cose formalmente corrette ma prive di anima. Senza una visione chiara e un lavoro di scrittura e rifinitura umano, manca il rischio, l’urgenza. Lo strumento è neutro: se usato come scorciatoia appiattisce; se usato come amplificatore di una visione autoriale, diventa straordinario. La differenza la fa sempre la capacità dell’autore di prendersi la responsabilità di ciò che firma.







