Emanuele Marchiori e Chiara Pomiato: intervista sul nuovo album Decalogo dell’Amore

Emanuele Marchiori e Chiara Pomiato sono una coppia artistica e sentimentale. A dicembre hanno pubblicato Decalogo dell’Amore, il loro primo album congiunto, un lavoro che raccoglie undici brani dedicati all’amore adulto, osservato nei suoi gesti quotidiani, nelle crepe e nelle resistenze del tempo. Il percorso del disco prosegue ora con il singolo “Come si fa… amarsi ancora”, una delle canzoni centrali del progetto. Li abbiamo raggiunti per parlare con loro del senso unitario dell’album, del podcast che accompagna il disco e delle scelte, anche radicali, che stanno dietro a questo lavoro.

A dicembre è uscito Decalogo dell’Amore, e ora il percorso prosegue con il nuovo singolo “Come si fa… amarsi ancora”. Vi interessa che questo disco venga ascoltato come un racconto unitario, o pensate che i brani possano vivere anche autonomamente?

Per noi sono undici canzoni, quindi undici capitoli di uno stesso racconto. Decalogo dell’Amore è nato come una sorta di “eredità” da lasciare ai nostri figli, ma strada facendo ci siamo accorti che quelle storie tenevano anche come viaggio più ampio sull’amore adulto: dalle prime crepe fino alle resistenze quotidiane, fino alla mancanza. L’ordine non è casuale: c’è una piccola drammaturgia che attraversa tutti gli undici brani. Detto questo, ogni canzone è stata costruita perché potesse stare in piedi da sola, come un racconto breve staccato dal romanzo. Se qualcuno incontra solo “Come si fa… amarsi ancora” e ci si riconosce dentro, va già benissimo così. Se poi ha voglia di prendersi il tempo per ascoltare l’intero Decalogo dell’Amore, scopre che quelle undici stanze comunicano tra loro, e che certi dettagli – musicali e di testo – si rispondono da un brano all’altro.

“Come si fa… amarsi ancora” ruota attorno a una domanda semplice e enorme allo stesso tempo. Nel brano convivono immagini molto sensoriali e dettagli di vita quotidiana. Era importante per voi tenere insieme queste due dimensioni dell’amore?

Sì, era fondamentale. La domanda “come si fa ad amarsi ancora” è enorme, ma le risposte – quando ci sono – passano sempre da cose minuscole: un bucato dimenticato, una spesa fatta male, un bacio salato, un salotto disordinato. Ci interessava proprio questo scarto: il grande enigma messo dentro la vita di cucina. L’idea è che l’amore non abita nelle frasi da poster, ma nelle piccole scelte di tutti i giorni, ripetute fino allo sfinimento. Le immagini sensoriali servono a sporcare di concreto una domanda che da sola rischierebbe di restare astratta. È un po’ come parlare di metafisica guardando il lavello.

Nel singolo si percepisce un arrangiamento molto curato, intimo, quasi da scena cinematografica, con una melodia che sembra restare in sospensione. Quanto lavorate sulla musica per farle dire ciò che le parole da sole non bastano a raccontare?

Ci lavoriamo parecchio, forse anche troppo. Le parole, da sole, arrivano fino a un certo punto; il resto lo deve fare il clima sonoro, quell’aria che si crea intorno alla voce. In “Come si fa… amarsi ancora” volevamo proprio una melodia che non esplodesse mai del tutto, che restasse sospesa come certe frasi dette a metà in salotto, quando non si sa se litigare o ridere. Gli arrangiamenti, per noi, non sono un vestito da mettere dopo, ma una seconda scrittura: un violoncello che entra, un basso che cammina storto, una batteria che non “spinge” ma accompagna il passo dei personaggi. In molti punti la musica dice quello che il testo non ha il coraggio di nominare: il non detto, lo mettiamo negli accordi.

Nel disco alternate brani molto intimi ad altri più ironici o critici, come Gossip o Bombay, che mettono in scena amori performativi e di superficie. Vi piace l’idea che il disco osservi l’amore anche da fuori, con uno sguardo meno indulgente?

Ci piace, e ci sembra anche necessario. Se parli solo dall’interno della coppia rischi di prenderti terribilmente sul serio; guardare l’amore da fuori, con un po’ di ironia, è un modo per togliere retorica senza togliere profondità. Brani come “Gossip” o “Bombay” mettono in scena amori da vetrina, storie che esistono solo se qualcuno le filma o le “pubblica”. Sono il controcampo delle canzoni più intime: è come se il disco dicesse “l’amore è questo, ma anche questo”, dal letto disfatto alla copertina del rotocalco. Lo sguardo critico, quando c’è, è sempre affettuoso: prendiamo in giro i personaggi, ma sappiamo che potremmo essere benissimo noi.

COPERTINA DECALOGOAMORE

Avete scelto di affiancare al disco il podcast Decalogo dell’Amore, definendolo parte integrante dell’opera. Cosa aggiunge, secondo voi, il racconto parlato alla comprensione delle canzoni?

l podcast è il retrobottega del disco. Le canzoni sono la sala principale, con le luci giuste; nel podcast si entra in cucina: si sentono gli errori, le versioni scartate, i dubbi, le riscritture, le risate fuori tempo. Raccontando i brani ad alta voce, ci siamo accorti che cambiavano anche per noi: alcune scelte di arrangiamento o di testo sono nate proprio dopo averle “messe in parole” nel podcast. Non è un manuale di istruzioni – l’ultima cosa che vorremmo è spiegare le canzoni – ma una chiave in più per chi ha voglia di curiosare nell’officina. Aggiunge contesto, e soprattutto fa sentire le voci: non solo quelle registrate in studio, ma quelle che discutono, esitano, si contraddicono. Anche quella è una forma di amore.

Chiudete l’album con Senza te, un brano che osserva il lutto attraverso gli oggetti e gli spazi quotidiani. Avevate da subito chiaro che il viaggio del disco sarebbe arrivato fino a questo punto emotivo?

Non da subito, ma abbastanza presto abbiamo capito che “Senza te” non poteva stare in mezzo agli altri: chiedeva di essere un approdo. È una canzone che guarda il lutto senza proclami, attraverso cose piccole: una casa rimasta vuota, il fumo del caffè, una radio spenta, le ninfee di Monet che galleggiano come certi ricordi. Il Decalogo parla di amore in molte declinazioni: l’infatuazione, la routine, la gelosia, la messa in scena… chiudere con “Senza te” significava riconoscere che, in fondo, il punto ultimo di tutto questo è la mancanza. Volevamo che l’album finisse con una stanza in silenzio, più che con un grande finale: lasciare l’ascoltatore lì, insieme agli oggetti, a fare i conti con quello che resta.

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