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Giuseppe Campagnani e la forza evocativa di “Il Treno” | INTERVISTA

Nel singolo “Il Treno”, Giuseppe Campagnani trasforma immagini quotidiane in un viaggio intimo sul tempo, sulle scelte e sulle attese che definiscono ognuno di noi. In questa intervista l’artista racconta la nascita del brano, la sua visione creativa e il rapporto fra musica, introspezione e autenticità.

“Il Treno” è un singolo che parla del tempo che scorre e delle attese sospese. In quale momento della sua vita ha capito che questo tema doveva diventare una canzone?

È nato in un periodo in cui avevo la sensazione netta di essere sospeso tra due mondi: la vita che immaginavo e quella che stavo realmente vivendo. Non era un momento drammatico, ma uno di quei momenti in cui capisci che non puoi rimandare ancora, la vita non sempre ti aspetta. Da lì il bisogno di trasformare questa sensazione in musica.

Nel testo utilizza immagini quotidiane ma cariche di simbolismo. È un modo per rendere universale un’emozione molto personale?

Sì, perché ciò che è quotidiano spesso è anche ciò che ci unisce. Un treno e i suoi vagoni, il sole, il mare, la luna… sono elementi semplici che tutti conosciamo, ma dentro provo a inserirci un mio significato. Ad esempio nella mia testa il rosso del sole rappresenta le passioni, il mare la libertà, gli ulivi la pace. L’idea è che chi ascolta poi ci riveda se stesso, ci riveda la propria storia, non la mia.

La produzione, curata con Anton Mikhailov, ha un suono essenziale ma profondissimo. Qual è stato l’elemento chiave che avete voluto mantenere intatto?

Credo l’eleganza nella forma. Non so se ci siamo riusciti, lo dirà chi vorrà ascoltare, ma l’idea era che ogni nota fosse trattata con cura e essenzialità, senza sovrastrutture inutili, così da rispecchiare anche l’essenzialità del testo. Ripeto, non so se ci siamo riusciti, io sinceramente sono soddisfatto del risultato. Anton è un genio.

Nel brano emerge una domanda importante: siamo passeggeri o macchinisti del nostro viaggio? Lei oggi come si definirebbe?

Onestamente non credo che questa domanda emerga direttamente dal testo: è più un’interpretazione possibile, non qualcosa che ho inserito consapevolmente. Però se devo rispondere, direi che oggi mi sento sia passeggero sia macchinista. Passeggero perché accetto che molte cose non dipendano da me; macchinista perché cerco comunque di orientare la direzione, senza la presunzione di controllare tutto. È una posizione di mezzo, ma è quella in cui mi riconosco di più

Il suo stile è vicino alla grande tradizione della canzone d’autore italiana, ma con una sensibilità attuale. Quanto ha influenzato la sua scrittura il suo lavoro di medico e l’ascolto quotidiano degli altri?

Credo che il lavoro di medico influenzi la scrittura solo se lo si vive con una certa attitudine. È un lavoro complesso, che richiede equilibrio e sensibilità e non sempre è facile cogliere qualcosa di positivo dalla relazione medico-paziente, sarebbe ipocrita dirlo. Io cerco semplicemente di svolgere il mio lavoro con onestà e inevitabilmente le persone, anche senza volerlo, ti lasciano sempre qualcosa. E talvolta questi frammenti di vissuto credo possano accrescerti, sia come persona, che, forse, come autore. Detto questo, in questo primo lavoro non credo di aver portato molto della dimensione medica: è stato un disco fortemente introspettivo, in cui ho guardato soprattutto dentro di me. Nei prossimi brani, invece, la direzione potrebbe cambiare: credo che racconterò di più gli altri o quanto meno il “mondo esterno”. Rimane comunque una distinzione: l’aspetto artistico per me è un territorio a parte. Sicuramente la professione lascia un’impronta, ma faccio fatica a valutarne la misura perché ci sono dentro. La mia intenzione, da artista, è quella di esprimermi nel modo più autentico possibile, indipendentemente dal mio lavoro

“Il Treno” anticipa il suo disco d’esordio. Che futuro immagina per la sua carriera artistica e quali sono i prossimi passi?

Mi piacerebbe portare questi brani dal vivo e crescere un passo alla volta. Non penso a un traguardo preciso: penso a fare bene ogni canzone, ogni concerto, poi si vedrà.

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