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NIGRA: il nuovo album “A piedi nudi”

L’avevamo ampiamente annunciato. Il 16 maggio scorso ha segnato il ritorno dei NIGRA con il loro secondo lavoro discografico, “A piedi nudi”. Il trio elettroacustico calabrese intreccia storie e diritti sociali, muovendosi tra le radici del Mediterraneo e le suggestioni del Sud America. Nove brani intensi, firmati nei testi da Luciano Amodeo, e costruiti insieme a Pasquale Caracciolo (chitarra) e Felice Christian Gangeri (batteria). La produzione di Daniele Grasso significa anche un certo cliché storico di quel suono roots di avamposti rock anni ’70. L’America a due passi. Nel brano “Chi sono?” compare anche la voce e la penna di Maurizio Musumeci, ovvero Dinastia.

Cover nigra

In “Sudamerica” si avverte forte la preoccupazione per la perdita
delle culture originarie. Cos’è per voi la globalizzazione oggi? E dove
si nasconde ancora la possibilità di resisterle?
La globalizzazione non è altro che un fenomeno che sta eliminando le differenze culturali, per chiari interessi di natura finanziaria. A nostro avviso globalizzare significa appiattire il tutto in un unico contenitore. La bellezza di Paesi come il sud America sta proprio nel fatto che ancora resistono per vari motivi alla contaminazione derivante dal fenomeno della globalizzazione. A mio avviso però, anche questi Paesi sono entrati nel mirino dei cosiddetti potenti. Per rispondere a questa domanda sarebbe stato sufficiente riportare il testo del nuovo singolo “SUDAMERICA”

L’esperienza del viaggio, reale e simbolico, attraversa più volte
l’album. Cosa significa per voi partire, e cosa significa tornare?
La partenza è sempre stato un atto istintivo compiuto dall’essere umano, spinto dalla necessità di esplorare nuovi mondi per arricchire il proprio bagaglio. Il rientro è spesso un atto dovuto. Il richiamo delle proprie origini, che grazie all’esplorazione degli uomini, talvolta, hanno potuto incontrare l’evoluzione.

La vostra musica nasce al Sud, ma sembra non voler appartenere a
nessuna latitudine precisa. Quanto è importante per voi sfuggire alle
etichette geografiche e musicali?
Questa domanda fa nascere una riflessione molto profonda. Siamo calabresi ma al tempo stesso la vita ci ha reso sempre più cosmopoliti. Le nostre radici sono ben salde, ciò non toglie il fatto che non ci è mai piaciuto stare dentro a degli schemi ben precisi. Il rispetto verso tutto e tutti è una regola ben salda, il resto muta attraverso l’esperienza ed il contatto con il mondo. È così che influenziamo la nostra musica.

“È un altro giorno” sembra suggerire che a volte il silenzio sia più
onesto delle notizie. Che ruolo ha l’informazione – o la disinformazione
– nei vostri testi?
Il silenzio sta nella natura della riflessione, l’informazione è una necessità se guardata dal punto di vista dello stimolo che può infondere nelle coscienze. La disinformazione è semplicemente un’ulteriore denuncia contenuta all’interno dei nostri testi, utile come mezzo di contrasto nei confronti della stessa.

Chi è il “Dio” che cercate in “Sei qui?”? È un’entità spirituale, o
forse più semplicemente una risposta umana che tarda ad arrivare?
Questa è probabilmente la canzone più intima dell’intero disco. Un vero e proprio mettersi a nudo. Una canzone che ascolterà solo chi è veramente alla ricerca di sé stesso e della possibile esistenza di un’entità superiore. Personalmente ho scritto questo testo in un momento di rabbia nei confronti di chi spesso sembra voglia tardare a manifestarsi. Quindi ti incazzi, urli, piangi, te la prendi con chi invece avrebbe il dovere di farsi avanti in certi momenti della vita. Poi schiarisci le idee, ascolti il silenzio mentre scalzo ritrovi il contatto con il tuo baricentro e ti accorgi che qualcuno è sempre stato lì, mentre tu non eri in grado di vederlo. Quel qualcuno per me continua ad avere un nome, che per altri sarà differente ma pur sempre lì.

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Bergpress

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