Con “Fili di lacrime” Jey inaugura ufficialmente il suo percorso nel Liric Hip-Hop, fondendo lirica, rap e introspezione in un equilibrio raro. Un brano coraggioso e personale, dove il dolore diventa arte e la vulnerabilità acquista potenza. Una confessione che sfida i confini tra tecnica e anima.

Il tuo stile musicale fonde lirica, rap, R&B e cantautorato. Come sei arrivata a creare questa sintesi unica e cosa rappresenta per te il Liric Hip-Hop?
Il mio stile musicale è nato dal bisogno di esprimere ogni sfumatura di ciò che sento. Non mi sono mai riconosciuta in un solo genere, perché la vita stessa è un intreccio di contrasti: forza e fragilità, rabbia e dolcezza, luce e ombra. La lirica mi ha sempre dato un senso di elevazione, come se ogni nota potesse portarmi fuori dal caos. Il rap, invece, è la mia verità cruda, quella che non ha paura di sporcarsi. L’R&B è la mia intimità, la parte più viscerale. Il cantautorato, infine, è il mio specchio: ci metto dentro tutto, senza filtri. Il Liric Hip-Hop per me è la sintesi di questi mondi che spesso sembrano inconciliabili. È il mio modo per rompere le barriere tra ciò che viene considerato “alto” e ciò che viene etichettato come “di strada”. Voglio distruggere quella distanza artificiale tra la tecnica e l’anima. In questo equilibrio apparentemente impossibile, io trovo la mia verità. Non è solo un genere, è una visione. È la mia rivoluzione personale.
Nel singolo “Fili di Lacrime”, sembri voler dare voce alla fragilità senza paura. Quanto di personale c’è in questo brano e cosa desideri arrivi al pubblico?
In Fili di Lacrime c’è molto di me. È uno dei brani più intimi che abbia mai scritto. Ogni parola nasce da un nodo che avevo dentro, da quelle notti in cui la fragilità sembrava un peso da nascondere.. e invece ho capito che era proprio lì, in quella vulnerabilità, la mia forza.
Non è solo una canzone, è un atto di coraggio. Ho scelto di mettermi a nudo, senza maschere né difese. Perché siamo abituati a pensare che dobbiamo essere sempre forti, sempre composti. Ma io volevo urlare che va bene anche spezzarsi, che non c’è vergogna nelle lacrime. Anzi, quelle lacrime sono fili che ci legano agli altri, che ci ricordano che siamo umani.
Quello che vorrei arrivasse al pubblico è proprio questo: che la fragilità non è debolezza, è verità. E che possiamo trasformarla in arte, in voce, in presenza. Se anche solo una persona ascoltando il brano si è sentita meno sola nel suo dolore, allora il mio messaggio ha raggiunto il suo scopo.
Nel testo parli di memoria, dolore, confusione. C’è una narrazione autobiografica? Quale immagine ti ha ispirato maggiormente durante la scrittura?
Sì, c’è sicuramente una narrazione autobiografica. Fili di Lacrime nasce da un momento in cui memoria, dolore e confusione erano tutto quello che avevo dentro. Ma più che raccontare una storia precisa, ho cercato di tradurre un’emozione complessa in musica. Un’emozione che non ha sempre un inizio e una fine chiari, ma che si muove come un’onda, come un filo appunto, che unisce passato e presente, ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando.
L’immagine che mi ha guidata è qualcosa che sento da sempre dentro di me: una luce che cerca spazio tra le ombre. È una tensione costante, un equilibrio instabile tra forze opposte. Nel brano queste due realtà si incontrano, si scontrano, si confondono. È come se ci fossero tante vie possibili, tanti “io” diversi che lottano per emergere. E alla fine non si tratta di scegliere una parte, ma di accoglierle tutte. Perché solo così riesco davvero a raccontarmi.
Come vedi evolversi la tua carriera nei prossimi anni? Hai già in mente un percorso preciso o lasci che la tua arte ti guidi?
Non ho un percorso già scritto, perché la mia arte nasce proprio dal caos, dal dubbio, dal movimento. Non voglio incasellarmi o forzare direzioni solo per “arrivare da qualche parte”. Io voglio restare fedele a ciò che sento, anche se a volte non so esattamente dove mi porterà.
Certo, ho sogni grandi e progetti che sto costruendo passo dopo passo, ma non li vedo come una meta fissa. Per me la carriera non è una scalata, ma un viaggio interiore che si riflette fuori, tra palco e silenzio. Quello che desidero è continuare a sperimentare, fondere generi, raccontare storie, portare in superficie ciò che spesso resta nascosto. Se la mia voce potrà toccare chi si sente fuori posto, chi lotta per essere se stesso, allora saprò di stare andando nella direzione giusta.
In fondo, lascio che sia la mia arte a guidarmi, perché lei sa sempre dove andare, anche quando io non lo so ancora.
In un panorama musicale spesso omologato, la tua proposta è audace. Hai mai avuto timore di non essere compresa o accettata dal pubblico?
Sicuramente sì, ho avuto timore di non essere compresa o accettata. Ma, in fondo, me lo aspettavo. Quando porti qualcosa di nuovo, che rompe gli schemi e mescola mondi che sembrano lontani tra loro, è normale che all’inizio crei confusione o resistenza.
Fondere generi come lirica e il rap può sembrare un azzardo, qualcosa di frammentato. Ma per me la bellezza sta proprio lì: nel creare un’armonia dove prima c’era contrasto. Nel mostrare che anche ciò che apparentemente non combacia può coesistere e generare qualcosa di vero. Io non cerco l’approvazione facile, cerco connessione. E so che chi riesce a sentire davvero ciò che metto nei miei brani, riesce anche a vedere oltre le etichette.
Alla fine, preferisco essere autentica e magari incompresa, piuttosto che adattarmi a qualcosa che non mi rappresenta. La mia arte nasce per unire mondi e anime, non per omologarsi.
Cosa rappresenta per te il concetto di “Rinascita” che attraversa il brano, e in che modo pensi possa essere universale per chi ascolta?
La rinascita per me è un atto interiore prima di tutto. Non è un momento magico in cui tutto cambia all’improvviso, ma un processo lento, doloroso, necessario. È quando scegli di guardarti davvero, anche nelle parti che fanno male, e decidi di non rimanere intrappolata. In Fili di Lacrime, la rinascita non è la fine del dolore, ma l’inizio di un nuovo modo di viverlo, di trasformarlo.
Per me è stato fondamentale capire che non dovevo “tornare come prima”, ma diventare qualcosa di nuovo, con dentro tutte le cicatrici che mi hanno costruita. La rinascita è accettare che anche la fragilità ha una voce, e darle spazio senza vergogna.
Credo sia un concetto universale perché ognuno di noi, prima o poi, si ritrova a dover ricominciare. Che sia dopo una perdita, una delusione, un fallimento… tutti portiamo fili di lacrime dentro. La differenza sta in come scegliamo di intrecciarli: per chiuderci o per cucire nuove possibilità.








