“Storie” è il nuovo album dei Mona Grant, rock band toscana che ama esprimersi attraverso immagini e racconti. C’è una scena nel testo di Come un Soutine che sembra un quadro: due persone che si incontrano in momenti diversi della vita e scelgono di non sottrarsi all’emozione, senza etichette né promesse. Un amore che esiste perché accade. Il titolo è un omaggio a Chaïm Soutine, pittore radicale e spesso frainteso, capace di trasformare la materia in emozione pura, e il brano ne segue l’idea: conta la verità del gesto.
Il singolo è uscito il 22 gennaio 2026 per La Rue, ed è il secondo nella storia di una band che a Lucca nasce nel 2018 e arriva al primo album otto anni dopo. Prima c’erano stati il Sanremo Rock del 2023, le finali interregionali Toscana-Umbria vinte e il palco del Teatro Ariston, poi un primo singolo uscito nel gennaio 2024 per l’etichetta milanese MMP, con una promozione tra radio, televisione e piattaforme streaming.
Nel mezzo c’è anche la storia di Lucida, che ha anticipato Storie. Il brano racconta Lucida Mansi, nobildonna lucchese del Seicento di cui ancora oggi si narra la leggenda, una donna avanti per i suoi tempi. È nato da una chitarra acustica in accordatura aperta ed è finito nel dirty blues rock. Il video è stato girato in studio a Firenze dalla fotografa e regista Valentina Cipriani, con la ballerina Aurora Gamberini, che ha dato il volto anche alla copertina.
Dietro tutto questo ci sono quattro musicisti. Gabriele Granducci, chitarrista autodidatta e cantautore, ha avviato il progetto e lo ha tenuto in vita nonostante gli incontri casuali e i cambiamenti di formazione. Con lui oggi suonano Iacopo Luchetti alla batteria, Francesco Chelini al basso e Nicola Del Sole alla chitarra, arrivato quasi in coincidenza con il primo singolo del 2024. Storie è il loro album d’esordio, dieci pezzi pubblicati il 16 ottobre, che il comunicato racconta come dieci canzoni e dieci storie in un unico viaggio. Qui ne parliamo con la band.

“Le storie non sono mai ordinate, ma semplicemente arrivano quando vogliono”: la struttura dell’album riflette proprio questo caos della vita reale. È stato difficile scegliere quali brani inserire e quali lasciare fuori dalla scaletta finale?
Nell’album avrebbero potuto esserci altre storie, ma queste dieci a un certo punto mi sono sembrate pronte per uscire. Erano in gestazione da molto tempo e sentivo quasi la necessità di dare loro una forma definitiva e farle arrivare a chi le avrebbe ascoltate. Mi sembrava inoltre che, pur nella loro diversità, avessero una coerenza musicale che le accomunava e che permettesse loro di convivere nello stesso disco. Non è stata quindi tanto una questione di stabilire quali storie meritassero di essere raccontate, quanto di riconoscere che queste dieci, in quel momento, formavano un insieme compiuto.
La vostra matrice toscana si inserisce in una grande tradizione di cantautorato e rock d’autore italiano. Come vi collocate all’interno della scena indipendente attuale?
Il cantautorato lo ritrovo soprattutto nella scrittura, nell’importanza che attribuisco alle storie e ai personaggi. Musicalmente, invece, la mia formazione viene dal blues, dal classic rock e da artisti come Neil Young, a cui si aggiungono le influenze del rock alternativo italiano. Sono mondi che per me restano fondamentali e che non sempre trovano spazio nel panorama musicale più visibile. Mi piacerebbe riconoscermi in una scena con cui condividere un’attitudine e un modo di intendere la musica. Forse il rock alternativo è l’ambito più vicino a quello che facciamo, anche se la nostra matrice blues e classic rock rimane altrettanto importante. Non so se esista una definizione precisa per i Mona Grant, ma credo che sia proprio dall’incontro tra queste influenze e la centralità delle storie che nasca la nostra identità.
In “Storie” la sezione ritmica formata da Iacopo Luchetti alla batteria e Francesco Chelini al basso crea un’impalcatura solida su cui si innestano le chitarre. Come si è sviluppata l’intesa ritmica e armonica durante le sessioni di registrazione?
La costruzione dei brani e degli arrangiamenti è partita da me, che ho curato il lavoro su tutti gli strumenti. Per le parti di basso, in alcuni casi ho suonato direttamente, in altri sono partito da loop che ho poi adattato ai brani. La batteria è stata invece suonata da un musicista legato all’etichetta. Il ruolo di Iacopo Luchetti e Francesco Chelini (e di Nicola Del Sole alla chitarra) si sviluppa soprattutto nella dimensione live, dove i brani possono assumere sfumature diverse rispetto alle versioni registrate. È lì che il lavoro sui pezzi diventa anche un’esperienza condivisa, attraverso l’interpretazione e l’energia di ciascuno.
Ci sono momenti del disco più rabbiosi e rumorosi alternati a passaggi più intimi e morbidi, come in Lacrime di Legno. Quanto è fondamentale per voi l’uso della dinamica per raccontare una storia?
Principalmente è la storia a suggerire le dinamiche del brano. Ci sono vicende che richiedono un suono più rabbioso e diretto e altre che hanno bisogno di maggiore intimità. In Lacrime di Legno, per esempio, c’è una parte molto delicata che si sposa con il senso del testo: il protagonista descrive la donna come il suo unico minuto di silenzio in una testa piena di grida. Non è però un processo a senso unico: spesso anche il testo si riadatta alle esigenze della composizione. Parole e musica si influenzano a vicenda fino a trovare un equilibrio. È questo scambio che mi interessa, perché permette alla musica di diventare parte del racconto, anziché limitarsi ad accompagnarlo.
Molte band oggi cercano di inseguire gli algoritmi e i trend del momento, mentre voi avete scelto una strada del tutto controtendenza. Sentite questa scelta come una forma di resistenza culturale?
Non so se parlerei propriamente di resistenza culturale. Non ho mai pensato di dover andare contro qualcosa, né ho costruito la mia musica con l’intenzione di distinguermi dalle tendenze del momento. Ho semplicemente seguito il mio modo di intendere la musica, cercando di essere fedele a quello che mi piace e a quello che sento di voler raccontare. Certo, in un panorama in cui spesso si cerca di capire cosa possa funzionare meglio, scegliere di fare musica senza inseguire formule o algoritmi può diventare, anche involontariamente, una forma di resistenza. Per me, però, la cosa importante resta un’altra: poter fare la musica che voglio, nel modo più diretto e sincero possibile, senza snaturarla per renderla più facilmente spendibile.
Adesso che l’album è finalmente fuori, come vi state preparando a tradurre l’energia e la ruvidezza di “Storie” sui palchi dal vivo?
L’idea di portare questi brani dal vivo era presente fin dall’inizio, già mentre li scrivevo. Mi piace pensare alle canzoni anche in funzione del palco, cercando di mantenere un approccio diretto e senza troppi artifici: quello che si sente deve essere suonato, senza ricorrere a basi o robe simili che riproducano ciò che manca. Allo stesso tempo, non voglio che il live sia una semplice replica del disco seppur senza snaturarlo. In studio il suono viene costruito e lavorato, mentre sul palco mi interessa lasciare spazio all’energia del momento e all’interpretazione di chi suona. Credo che i brani possano così assumere sfumature diverse, forse persino più ruvide e veraci rispetto alle registrazioni. È proprio questa dimensione viva e imprevedibile che mi interessa portare sul palco.





