Copertina La tela di Penelope (3)

“La tela di Penelope”: Randolph Carter sceglie la rottura invece della nostalgia

“La tela di Penelope” di Randolph Carter non concede sconti a chi cerca un ascolto rassicurante: è qui, semmai, che trova il proprio valore. Il giovane cantautore mette per un momento da parte l’immaginario da favola dei brani precedenti, per raccontare con parole dirette cosa significhi sentirsi giudicati, ridotti al silenzio, costretti dentro una maschera sociale. La metafora del ragno e della mosca attraversa il testo senza mai diventare esplicita, lasciando che sia l’ascoltatore a riconoscere la propria rete di abitudini e paure. Per la scelta di un linguaggio scarno, quasi urgente, e per l’attenzione alla parola più che alla melodia distesa, il brano si avvicina alla scrittura di Franco126 più che al cantautorato più orecchiabile. Resta, fino all’ultima strofa, un pezzo scomodo, nel senso migliore del termine. Perfino il titolo gioca a ribaltare il mito classico della tessitura infinita, per restituire il senso di una scelta compiuta una volta per tutte.

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