Da anni Daniele Meneghin porta avanti un percorso coerente e personale all’interno del cantautorato italiano, costruendo canzoni che partono dall’osservazione del quotidiano per allargare lo sguardo verso questioni sociali, culturali e umane. Nei suoi brani convivono il racconto dei territori, l’attenzione per il lavoro, il valore delle relazioni e una costante riflessione sul significato dell’appartenenza. Con Il piccione viaggiatore, il cantautore veneto torna a interrogarsi sul concetto di viaggio e, soprattutto, sul significato del ritorno: non soltanto come movimento fisico, ma come necessità emotiva e ricerca di un luogo in cui riconoscersi. Ne abbiamo parlato con lui affrontando temi che vanno dall’identità alla libertà artistica, fino alle anticipazioni sul nuovo album dedicato al mondo del lavoro.

“Il piccione viaggiatore” parla del ritorno come bisogno umano prima ancora che geografico. C’è un luogo, reale o simbolico, in cui senti di tornare ogni volta che la vita si fa più confusa?
Il mio posto nel mondo è il mio paese dove sono nato, dove vivo e lavoro. Dove il viaggio inizia ed inizia già con la consapevolezza che una delle parti più belle del viaggio sarà ritornare qui. Avere la possibilità di sentire che esisto è una delle sensazioni che il mio posto mi regala.
Nel tuo modo di scrivere convivono osservazione quotidiana e riflessione sociale. Quanto conta per te raccontare il presente senza trasformare la canzone in un manifesto o in una presa di posizione forzata?
Non ci penso, ma è difficile non prendere delle posizioni, il mio punto di vista è di per sé una posizione. Quello che non voglio è che si pensi che voglia convincere qualcuno delle mie idee. Io esprimo quello che vedo e penso, ma non voglio certamente insegnare qualcosa a qualcuno. Ho ancora troppe cose da imparare per poter neanche pensare di insegnare.
Hai collaborato con figure importanti come Osvaldo Di Dio e Paolo Iafelice. Qual è la lezione più preziosa che hai imparato lavorando con loro e che oggi porti ancora nel tuo modo di fare musica?
La professionalità, il rispetto per il lavoro e la parte creativa. Mi hanno insegnato che la creatività deve essere supportata dal saper fare. Questo penso sia importante in qualsiasi lavoro e poter lavorare con grandi professionisti per me è un vero piacere.
Essere indipendente ti ha dato libertà artistica, ma anche la responsabilità di costruire da solo il tuo percorso. C’è stato un momento in cui hai pensato di cambiare strada o adattarti a logiche più “facili” del mercato musicale?
Essere indipendente magari vuol dire anche che il mercato non ti vuole, ma viva Dio per me non è un problema. Il pane lo porto a casa ogni giorno e la musica non è per me uno stress ma solo uno strumento comunicativo che mi aiuta l’anima. Sono felice di poter dire e fare quello che voglio come voglio e con chi voglio. Se poi le canzoni piacciono, meglio, ne sono felice.
Hai anticipato che il prossimo album ruoterà attorno al tema del lavoro. Che tipo di sguardo vuoi portare su questo argomento: personale, politico, generazionale… o tutte queste cose insieme?
Sicuramente il mio sguardo personale, vita che vivo, vita che mi dà da vivere. Sicuramente il mio punto di vista ha una posizione di generazione, personale. Non so se poi anche politica, perché se intesa come insieme delle pratiche e delle attività che riguardano l’organizzazione, allora sì. Se invece intesa come destra o sinistra, no non fa per me, troppo complicato.







