“Domenike” è il nuovo singolo dei Calanco, un brano nato dall’energia spontanea della sala prove e costruito su un continuo equilibrio tra tensione e vulnerabilità. Attraverso un sound diretto e viscerale, la band trasforma inquietudini, contrasti interiori e desiderio di riscatto in una canzone che non cerca facili risoluzioni, ma lascia emergere tutta la sua carica emotiva. Un’anticipazione significativa di “Solchi”, il nuovo album che segna un ritorno alle radici più autentiche del gruppo.
“Domenike” alterna continuamente forza e fragilità. Come avete tradotto questo conflitto nella struttura musicale del brano?
Il conflitto che si percepisce è entrato nel brano in modo molto naturale, già dal momento in cui l’abbiamo scritto. Eravamo in sala prove durante una domenica caldissima e tutto è nato da quel riff iniziale di chitarra: molto minimale, quasi ossessivo e ripetitivo ma che sembrava non voler andare da nessuna parte, restavamo incastrati dentro quella tensione, proprio come accade quando si rimane bloccati nei propri pensieri. In parallelo stava prendendo forma anche una prima linea vocale e ci siamo resi conto che quella sensazione di nervosismo e di instabilità era già il cuore del pezzo. Per questo abbiamo scelto di lavorare per contrasti. Dopo una prima parte molto tesa, abbiamo “aperto” il brano con accordi più lunghi e distesi, quasi a suggerire una sensazione di apparente equilibrio. Anche la struttura del brano riflette questa dualità, non volevamo una classica forma strofa-ritornello-special: il ritornello stesso è più una sospensione che una vera risoluzione. Dopo di lui arriva una parte strumentale che non è un assolo né uno special tradizionale, ma un momento di sfogo collettivo, diretto e fisico, in cui tutta la tensione accumulata esplode. A quel punto ci è sembrato naturale tornare al riff iniziale e chiudere il cerchio con un’altra strofa nervosa, senza aggiungere altro.
L’aggressività della canzone sembra sempre sul punto di esplodere. Era importante mantenere una sensazione costante di tensione?
Sì, perché quella tensione è l’elemento che tiene insieme tutto il brano. Non ci interessava costruire un pezzo che esplodesse e si risolvesse in modo netto; volevamo piuttosto dare la sensazione di qualcosa che si accumula continuamente senza trovare mai un vero sfogo definitivo. Lo stesso finale della canzone fa quasi sembrare che il brano non sia finito.
Anche durante la composizione del pezzo ci siamo accorti che le idee migliori nascevano proprio da quella sensazione di sospensione. Il riff principale ha un andamento quasi ipnotico e ci costringe a rimanere dentro lo stesso stato emotivo, mentre le varie sezioni del brano non cercano mai di cancellare la tensione accumulata, ma al massimo di cambiarne forma. L’obiettivo era quello di tradurre in musica quella sensazione di inquietudine, come se ci fosse qualcosa di irrisolto.
Anche dal punto di vista del significato del brano era fondamentale, perché “domenike” parla di una lotta interiore che non si risolve con una vittoria o una sconfitta, ma che continua a ripresentarsi. Per questo l’aggressività del pezzo non è mai liberatoria: è più simile a un impulso trattenuto, a un’energia che cerca continuamente una via d’uscita senza riuscire a trovarla del tutto. Volevamo che l’ascoltatore percepisse una sensazione di instabilità costante, come quando si cerca di mantenere il controllo mentre dentro qualcosa continua a spingere nella direzione opposta.
Quanto cambia un pezzo come questo quando viene suonato dal vivo?
Partiamo facendo una premessa: “domenike” e la maggior parte dei brani che saranno contenuti nel disco “solchi” sono nati in sala prove, quindi adottando un approccio prettamente live. Dopodiché durante la produzione del disco alcuni brani sono stati leggermente arricchiti di sonorità e adattati al mood complessivo che volevamo esprimere, ma “domenike” è rimasta pura come quando è nata in sala prove e viene suonata live allo stesso modo. L’idea di fondo che accomuna i brani di “solchi” è proprio quella di un ritorno alle origini dove nell’arrangiamento comandano batteria, basso e chitarra. Per questo “domenike” ci sembrava la scelta migliore per portare avanti questa idea sin dal primo singolo.
Il videoclip segue la band in luoghi molto concreti e vissuti. È anche una metafora del vostro percorso artistico?
Assolutamente sì. I luoghi che si vedono nel videoclip non sono stati scelti soltanto per una questione estetica, ma perché fanno parte della nostra storia. Sono gli spazi in cui siamo cresciuti, abbiamo iniziato a suonare, a provare, a costruire un’identità musicale e, in un certo senso, hanno contribuito a modellare anche il nostro modo di fare musica. Crescere in ambienti così spogli, a volte tanto grandi da farti sentire piccolo, e altre volte tanto piccoli, stretti e dove a malapena si riesce a capire cosa si sta suonando, ci ha spinto a cercare un suono sempre più diretto, fisico e istintivo. Per noi è importante mostrare il contesto reale in cui le canzoni prendono forma, perché crediamo che una parte del carattere dei nostri brani nasca anche da quei luoghi e dalle persone che li hanno attraversati insieme a noi. C’è poi un altro aspetto che sentiamo molto vicino alla nostra idea di band, ovvero la dimensione live. Tutto quello che facciamo ruota attorno alla volontà di trasmettere qualcosa di vero ai nostri concerti, a partire dall’energia che portiamo sul palco alla chimica che si crea col pubblico; questo è quello che consideriamo il momento più autentico di un progetto musicale. In questo senso il videoclip è anche una metafora del nostro percorso artistico, parte dalle nostre radici e arriva alla dimensione in cui ci sentiamo più rappresentati, quella live.
La vostra musica nasce da jam session molto spontanee. Quanto conta ancora oggi suonare insieme in sala prove?
Tantissimo, anche se a volte oggi sembra che nessuno gli dia la giusta importanza. Suonare, creare o improvvisare insieme in sala prove è fondamentale per catturare l’istintività della musica e la sinergia che si crea dopo tante ore di prove insieme è qualcosa di inspiegabile. Sostanzialmente facciamo le prove per due motivi: ci piace suonare e prepararci a dovere per i live, ma soprattutto per creare quel collante tra noi che permette di elevare i brani che suoniamo al loro massimo potenziale, o almeno, quello è l’obiettivo, ci proviamo! Arrivare al punto di riuscire a controllare le dinamiche nei brani non come entità unica ma come band complessiva è quella cosa in più che si sblocca soltanto dopo tante ore passate a sudare insieme in una piccola stanza a volumi smodati.
Il live sembra essere il centro del vostro progetto. Pensate che oggi i concerti abbiano perso valore rispetto allo streaming?
No, anzi, crediamo che la tendenza sarà quella di un ritorno ai concerti live. Lo streaming ovviamente è importante, è quello che oggi giorno permette di arrivare potenzialmente a persone in tutto il mondo, ma l’energia di un live non è comparabile e il pubblico se ne sta ricordando. Questa cosa subirà sicuramente un’accelerazione nel futuro. Ormai l’intelligenza artificiale è capace di creare e produrre un brano meglio dell’uomo stesso. Ma quello che una macchina non è in grado di imitare è quell’errore che diventa unicità e originalità, e il concerto è il luogo perfetto dove poter vivere tutto questo. Nella dimensione medio-grande dei club in cui si è sempre fatta musica, abbiamo notato che sempre più persone sono tornate a riempire quei luoghi di culto in cui si possono ascoltare artisti molto validi e dai generi più disparati. Questo piano piano contagerà anche i luoghi più piccoli, che sono fondamentali per creare quel sottobosco culturale che alimenterà un futuro fatto di musica suonata veramente e da sudore. Anche il ritorno del vinile ne è una prova, in un mondo in cui si fa tutto da cellulare (anche ascoltare la musica a volte…purtroppo), comprare un vinile è una mossa controcorrente sebbene ora sia quasi di moda, forse lo si fa per avere un cimelio della band che ci è piaciuta al concerto, forse soltanto perché “fa figo”, in ogni caso a noi questo ritorno piace e non vediamo l’ora di portare i nostri dischi ai concerti.
Che atmosfera dobbiamo aspettarci da “Solchi”?
“Solchi” è un disco che attraversa zone d’ombra dei sentimenti e degli istinti umani. Il titolo racchiude l’idea di tutte quelle tracce che il tempo, le esperienze e eventi della vita lasciano addosso alle persone, e che inevitabilmente finiscono per riflettersi anche nella musica che scriviamo. Dal punto di vista sonoro ci si può aspettare un lavoro intenso, spesso ruvido e diretto, ma che non rinuncia a momenti più contemplativi. Ci piace l’idea che la stessa canzone possa passare dalla rabbia alla vulnerabilità, dalla tensione all’introspezione, senza mai perdere coerenza. Tutto il disco è costruito attorno a questo equilibrio tra impatto ed emotività. Per raccontare queste sfumature abbiamo scelto di affidarci all’essenziale: batteria, basso e chitarra. Volevamo che ogni brano conservasse un senso di immediatezza e sincerità, senza sovrastrutture inutili, lasciando che fossero le canzoni a parlare da sole. Più che una semplice raccolta di brani, “solchi” rappresenta la sintesi di un percorso. Dentro ci sono gli ultimi anni passati a scrivere, provare, confrontarci e immaginare come trasformare tutto questo in qualcosa di vivo e reale. È un disco che guarda alle nostre radici ma che allo stesso tempo vuole aprire un dialogo con chi lo ascolta, cercando un punto d’incontro nelle esperienze e nelle cicatrici che, in forme diverse, ci accomunano tutti.





