Un cantautore che affida parte del proprio immaginario sonoro all’intelligenza artificiale apre inevitabilmente una questione che supera la semplice produzione musicale. E sono temi ormai troppo di attualità e personalmente, nel vedere l’espressione inventata da una macchina mi lascia totalmente indifferente. Ma qui la storia sembra diversa… o almeno spero. Marzio Gelardini, in arte ViVo pubblica “Io sono ViVo”, singolo pubblicato nel febbraio 2026.

La scrittura nasce dalla chitarra e da un’esperienza personale, mentre l’arrangiamento viene sviluppato ricorrendo anche alla tecnologia prima della registrazione presso Levi Music Studio. Il risultato dichiarato cerca una dimensione pop rock progressiva, tra pulsazioni decise, aperture melodiche e un crescendo che segue l’intensità del testo. Ma ai puristi che pensano (a ragione secondo me) che l’arrangiamento è parte integrante dell’espressione? Cosa rispondiamo a chi pensa che l’arrangiamento è l’espressione stessa dell’opera? Dunque il brano finale, che funziona perché ha quell’arrangiamento, è frutto della macchina, dell’uomo o della cooperazione? Sarebbe come dire: se questo articolo fosse stato scritto dall’A.I. che importanza avrebbe leggerlo? Che importanza avrebbe la critica? È un tema scottante che sinceramente meriterebbe molto più approfondimento che stupidi aforismi…
Ma torniamo al suono e alla scrittura: perché se è vero che dietro c’è lo zampino dell’A.I. allora è anche plausibile potersi attendere fuochi d’artificio e modi davvero importanti per fare le cose. Qui invece restiamo dentro lo sconfinato territorio ampiamente battuto del pop rock all’italiana maniera, dove le influenze evocate dettate da Prince o Alex Baroni, passando per Timoria e Negramaro, raccontano una storia piuttosto conosciuta. Tanta enfasi, tanto rock americano in questi modi “rudi”… tanta estetica che poi ci si dimentica della personalizzazione dell’opera. E qui il buon Vivo pecca molto secondo me regalandoci un brano che non svetta per alcuna ragione. Tutto ben fatto, tutto preciso e cesellato a dovere. Ma cosa resta oltre la carcassa meravigliosamente costruita? “Io sono ViVo” non pretende di risolvere alcun dilemma ma si gioca la semplicità di una lirica che fa della verità il suo pane quotidiano. E alla fine, porta sulla scena un autore che, dopo una lunga storia di interruzioni e ripartenze, cerca nuovi strumenti per rendere udibile la propria voce. E questa ricerca, al di là delle soluzioni produttive, merita attenzione.




