VINZØ presenta “Loudest Silence”: ritrovare sé stessi attraverso il silenzio

Il silenzio non è sempre sinonimo di vuoto. A volte arriva dopo una decisione difficile e permette di ritrovare un equilibrio che sembrava perduto. È questa una delle riflessioni al centro di “Loudest Silence”, il nuovo singolo di VINZØ, che racconta il momento in cui si smette di lottare per qualcosa che non fa più parte della propria vita.

Attraverso il brano, l’artista affronta il rapporto tra paura, speranza e accettazione, fino alla possibilità di ricominciare senza il peso del passato. Nell’intervista ci racconta il messaggio della canzone.

In “Loudest Silence” racconti una situazione in cui la speranza rischia di diventare una forma di resistenza. Come si riconosce il momento in cui è necessario smettere di aspettare?

Quando la speranza smette di aspettare qualcosa e comincia a sostituire quello che c’è. Finché aspettare è un atto di fiducia ti tiene vivo; quando diventa il modo di non decidere, ti consuma. Nel testo è una porta lasciata socchiusa e una valigia mezza fatta: stai, ma non sei davvero dentro; parti, ma non vai. Un segnale è che le giornate si somigliano tutte e ogni “ancora un po’” è identico al precedente. Credo si riconosca da quanto costa mantenere quell’attesa: se pesa più di quello che promette, probabilmente è il momento di smettere.

Spesso si pensa che la fine di un rapporto o di una situazione rappresenti una sconfitta. Cosa ti ha portato a cambiare questa prospettiva?

Il fatto che, quando smetti di combattere, non è crollato niente. Pensi che lasciare andare lascia un vuoto e invece ti ritrovi con più spazio. Che sia un rapporto, un contesto o un modo di vivere, una fine non è per forza una sconfitta: c’è sconfitta quando qualcuno vince e qualcuno perde, ma qui non c’era niente da vincere, solo un equilibrio da ritrovare. Nel brano lo dico così: non è una perdita, non è una sconfitta, è la quiete di una ritirata. Una ritirata scelta, non subita, è un modo per proteggere ciò che resta.

Nel testo emerge la difficoltà di perdonare quella parte di noi che non era pronta ad andarsene. Quanto siamo severi con noi stessi quando ripensiamo alle scelte del passato?

Molto, quasi sempre più di quanto lo saremmo con chiunque altro. Rileggiamo il passato con gli occhi di oggi, pretendendo che la persona di allora sapesse già quello che noi sappiamo adesso. Ma chi non è pronto a cambiare non sta sbagliando, sta facendo quello che può con ciò che ha. Perdonare la versione di me che non sapeva come andarsene non significa giustificare tutto, ma riconoscere che c’era, e che grazie a lei oggi sono arrivato qui.

Il silenzio, nella tua canzone, non rappresenta il vuoto ma una possibilità di ritrovare equilibrio. Che rapporto hai personalmente con i momenti di solitudine?

Ho un rapporto complicato ma sincero. La solitudine può essere pesante, ma è anche l’unico posto in cui riesco a sentire che cosa penso davvero, senza il rumore degli altri. Il silenzio della canzone non è assenza di suoni, è assenza di pressione, ed è lì che torno a respirare. Ho imparato a distinguere la solitudine che ti isola da quella che ti restituisce a te stesso. La seconda è una risorsa, e gran parte di quello che scrivo nasce proprio lì.

Scrivere di qualcosa che ci ha fatto soffrire può significare anche riviverlo. Durante la realizzazione del brano hai mai sentito il bisogno di prendere le distanze da quelle emozioni?

Sì, e ho imparato che va bene farlo. Scrivere di qualcosa che ti ha fatto soffrire significa tornare in quel posto; quindi, ho tenuto una distanza di sicurezza: usare immagini, lavorare sui suoni, lasciare che la musica portasse una parte del peso. Alcuni giorni mi serviva fermarmi, altri sentivo di poterci entrare più a fondo. Credo che per scrivere onestamente di un dolore serva proprio questo equilibrio: abbastanza vicino da sentirlo, abbastanza lontano da non restarci dentro.

La tua musica nasce spesso da ricordi e sensazioni. Ti capita di scrivere con maggiore facilità quando attraversi un momento difficile oppure quando riesci a guardarlo con distacco?

Quando sono nel pieno della difficoltà le emozioni sono troppo grandi per diventare frasi: mi escono come appunti, immagini sparse. Il lavoro vero lo faccio quando riesco a guardare la situazione con un po’ di distacco, perché solo allora so cosa tenere e cosa togliere. Il momento difficile mi dà il materiale, quello più calmo mi dà la forma. Servono entrambi, ma sono due momenti diversi.

Pensi che una canzone possa aiutare chi ascolta a riconoscere emozioni che non è ancora riuscito a esprimere?

Credo di sì, ed è una delle ragioni per cui scrivo. A volte una frase detta da qualcun altro dà il nome giusto a qualcosa che sentivi senza riuscire a spiegarlo. Non serve che l’esperienza sia identica, basta che la sensazione sia riconoscibile. Una canzone non risolve il problema, ma può dare un permesso: quello di sentire ciò che si sente. E quando una persona si accorge di non essere l’unica a provarlo, spesso è già un primo passo.

Dopo aver raccontato un’esperienza così intensa, senti il desiderio di esplorare anche il lato più leggero e spensierato della tua scrittura?

Sì, e ci sto già pensando. Raccontare un’esperienza così intensa mi ha fatto venire voglia di guardare anche l’altra faccia: energia, movimento, quella leggerezza degli anni ottanta fatta di strade di notte, velocità e luci al neon. Mi sembra naturale: dopo un brano così introspettivo senti il bisogno di respirare e di muoverti. I prossimi lavori avranno anche questo lato, perché la leggerezza non è l’opposto della profondità, ne è l’altra metà