Titta

Tra teatro, vita nomade e fragilità umane: il racconto autentico e senza etichette di Titta

Ci sono percorsi che non seguono traiettorie lineari, ma trovano la propria forza nella convergenza di linguaggi diversi, nel movimento continuo e nella maturità delle esperienze vissute. È il caso di Titta, cantautrice, attrice e formatrice dall’indole profondamente nomade, capace di fare del mondo intero la propria casa espressiva e di mettere a fuoco la scrittura musicale quando l’urgenza di raccontare le persone e le loro fragilità è diventata inevitabile.

Con il singolo “A metà strada”, l’artista mette in musica una riflessione delicata e viscerale sulle relazioni umane, ridefinendo il concetto di incontro non come una meta scontata, ma come uno spazio condiviso fatto di cura, reciprocità ed equilibrio. Un brano intimo che rappresenta anche una tessera fondamentale di “FUORI ASSE – carta celeste per stelle inclinate”, ambizioso concept album incentrato sui chiaroscuri dell’esperienza contemporanea.

In questa intervista per Diffusioni Musicali, Titta ci guida tra le pieghe del suo mondo creativo: dal rapporto fluido con i luoghi e le comunità artistiche alla consapevolezza di sapersi fermare nelle contraddizioni della vita, anticipando la dimensione teatrale e narrativa che prenderà vita sul palco.

C’è stato un momento preciso o un’illuminazione in cui hai capito che la formazione e il racconto in musica non sarebbero stati solo una passione, ma la tua reale voce?

Non credo ci sia stata un’illuminazione precisa. Anzi, per molto tempo ho utilizzato linguaggi diversi senza rendermi conto che stavo cercando di fare sempre la stessa cosa: raccontare. Il teatro, la formazione, la musica sono arrivati in momenti diversi della mia vita, ma alla fine hanno cominciato a convergere. La musica è arrivata relativamente tardi: ho iniziato davvero questo percorso intorno ai trentadue anni. Forse proprio per questo, quando ho cominciato a scrivere canzoni avevo già molte cose da dire e soprattutto avevo capito che non mi interessava semplicemente cantare. Mi interessava raccontare le persone, le loro contraddizioni, le fragilità, quello che spesso facciamo fatica a dire ad alta voce. Credo che sia stato lì che ho riconosciuto la mia voce.

Da cantautrice con un’identità espressiva così netta e viscerale, che rapporto hai con la scena musicale della tua città? Ti senti parte attiva di una comunità artistica o preferisci muoverti su una rotta del tutto personale?

Sono molto legata alla mia città, ma non posso dire di esserlo particolarmente alla sua scena musicale, anche perché purtroppo, almeno fino a oggi, non mi ha offerto molte opportunità in questo senso. Ma credo ci sia anche qualcosa di più personale: faccio fatica a pensare di appartenere davvero a un luogo solo.

Ho un’indole piuttosto nomade. Ho fatto di Roma la mia base, ma in questo momento, per esempio, sto vivendo in Egitto. Negli anni ho capito che per me il concetto di casa ha poco a che fare con un indirizzo: casa sono le persone che amo, casa è il mio cane Gina e, soprattutto, ho imparato che casa mia sono io.

Forse questa cosa si riflette inevitabilmente anche nel mio percorso artistico. Credo molto nell’incontro e nella contaminazione tra artisti, ma non sento il bisogno di appartenere a una scena precisa. Vengo dal teatro, scrivo canzoni, lavoro con la formazione e con i linguaggi espressivi, viaggio e inevitabilmente raccolgo qualcosa dai luoghi e dalle persone che incontro. Quindi, se devo scegliere quale sia artisticamente la mia casa, direi il mondo.

Se dovessi riassumere l’anima, le tensioni e l’atmosfera di “A metà strada” in tre sole parole, quali sceglieresti e perché?

Direi cura, reciprocità ed equilibrio.

Cura, perché soprattutto nell’età adulta ho capito che le relazioni non si mantengono da sole: possiamo volerci un bene enorme, ma tra lavoro, distanze, impegni e vite che prendono direzioni diverse, continuare a far parte della vita dell’altro richiede una scelta e un impegno.

Reciprocità, perché non può essere sempre la stessa persona a percorrere tutta la distanza. Ed equilibrio perché per me le relazioni assomigliano un po’ a una danza: non significa incontrarsi sempre esattamente al cinquanta per cento. Ci saranno momenti in cui uno farà settanta e l’altro trenta, e magari poco dopo accadrà il contrario. L’importante è continuare a muoversi l’uno verso l’altro. Perché se a camminare è sempre uno solo, prima o poi si stanca.

All’interno del testo di “A metà strada”, c’è un verso o un’immagine a cui ti senti visceralmente legata, di quelli che risuonano addosso ogni volta che li canti?

Probabilmente è:

“Se un giorno ci perdiamo, ricorda: questo è nostro.
A metà strada esiste, perché sai, l’amore è un posto.”

Credo sia la frase che preferisco dell’intera canzone perché contiene il suo significato più profondo. Per me “a metà strada” è proprio un luogo in cui due persone scelgono di incontrarsi. E poco importa che si tratti di amore romantico, familiare o di amicizia: per arrivarci servono amore, reciprocità e anche la volontà concreta di continuare a cercarsi.

Quella metà strada può essere fisica, come è successo a me e Laura quando abbiamo cercato davvero un punto tra Roma e Napoli, oppure completamente emotiva: andare incontro ai bisogni, ai tempi e al mondo dell’altro.

E forse quella frase contiene anche una consapevolezza meno romantica ma importante: a volte, se non riusciamo più a incontrarci, significa che manca reciprocità. Altre volte invece l’amore c’è davvero, magari anche moltissimo, ma l’amore da solo non sempre basta a costruire un posto in cui riuscire a stare insieme.

Quando ti capita di riascoltare i tuoi brani precedenti, che effetto ti fa ritrovare la Titta di ieri rispetto a quella che oggi si racconta “a metà strada”?

È un po’ come sfogliare un diario. Alcune canzoni appartengono a versioni di me che oggi sento lontane, altre continuano a farmi sorprendentemente male o bene nello stesso punto. Però non rinnego nessuna di quelle “Titta”, perché ognuna mi ha portata fin qui.

Forse oggi sono meno interessata a trovare risposte definitive e molto più capace di stare nelle contraddizioni. E A Metà Strada racconta bene anche questo: sto imparando che nella vita e nelle relazioni non esistono soltanto il partire e l’arrivare. C’è tutto quello che succede mentre cerchiamo di raggiungerci.

L’essere “a metà strada” è una condizione aperta a ogni direzione: guardando al futuro, verso quali nuovi orizzonti sonori ed espressivi senti che ti porterà il tuo percorso?

In questo momento A Metà Strada è soprattutto una delle stelle di un progetto molto più grande, FUORI ASSE – carta celeste per stelle inclinate. È un concept album in cui ogni canzone affronta un punto diverso dell’esperienza umana: relazioni, identità, salute mentale, libertà, gratitudine, inclusione.

Mi piacerebbe che questo progetto uscisse sempre di più dalla dimensione del semplice disco e arrivasse anche sul palco in una forma più narrativa e teatrale. In fondo è probabilmente lì che sto andando: verso un luogo in cui le mie diverse anime artistiche possano finalmente convivere, senza dover scegliere se essere attrice, cantautrice o narratrice.