Massimo de simone

Massimo De Simone: «Dal respiro del pianoforte a “Lanterna di fuoco”, un viaggio tra memoria e luce»

C’è un filo invisibile che parte dal salotto di una Roma d’altri tempi — dove a soli sei anni i tasti bianchi e neri smettevano di essere un semplice esercizio per trasformarsi in rifugio — e arriva dritto fino ai linguaggi sonori del nostro presente. È lungo questa direttrice, nutrita dalla grandezza della scuola cantautorale e dalla polvere viva del palcoscenico teatrale, che si muove la sensibilità di Massimo De Simone, autore e compositore capace di seguire rotte indipendenti ed eclettiche.
Con il nuovo singolo “Lanterna di fuoco”, l’artista romano plasma una fiaba sonora intrisa di realismo magico, unendo la delicatezza acustica del pianoforte alle suggestioni avvolgenti della synthwave. Un viaggio a ritroso che riannoda i fili del tempo e riaccende la purezza dell’infanzia per farne luce-guida verso il domani.
In questa intervista per Diffusioni Musicali, Massimo De Simone ripercorre il suo legame profondo e viscerale con la Capitale, il dialogo costante con il bambino degli esordi e le visioni future di un percorso pronto a spingersi ancora più a fondo nell’elettronica sci-fi, mantenendo sempre intatta la meraviglia dello sguardo.

Con una formazione al pianoforte avviata da giovanissimo e sfociata poi nel teatro e nella composizione, qual è stato il momento esatto in cui hai compreso che la musica sarebbe stata la tua strada maestra?
L’ho capito a sei anni, tra il profumo di quella Roma lontana e il respiro del pianoforte in salotto, quando le note hanno smesso di essere un esercizio e sono diventate il mio rifugio. La vera folgorazione è arrivata però da ragazzino, ascoltando i grandi cantautori romani sui vinili mentre il sole calava. In quel preciso istante ho sentito la forza d’urto del matrimonio perfetto tra la purezza dei tasti e la nudità delle parole. Quel bambino romano di sei anni, cresciuto tra i tasti del mio pianoforte e la magia della grande scuola cantautorale, vive ancora intatto in ogni mia nota. Oggi, quel rifugio d’infanzia è diventato il motore viscerale della mia musica: un legame indissolubile in cui la tastiera dialoga con le parole, trasformando le storie di ieri e di oggi nelle canzoni che scrivo con la stessa, autentica urgenza di allora.

Da musicista e autore romano attivo anche sui palchi e nei teatri della capitale, che rapporto hai con la scena culturale della tua città? Ti senti parte di una comunità artistica condivisa?
Roma per me è un palcoscenico a cielo aperto e, allo stesso tempo, un grembo intimo e severo. Con la scena culturale e teatrale della capitale ho un legame viscerale, fatto di contrasti: la amo follemente e, a volte, la subisco.
Non mi sono mai sentito parte di una “corrente” o di un salotto chiuso, anche perché il mio percorso — diviso tra la gestione d’impresa e la scrittura artistica, tra i tasti del pianoforte e le tavole del palcoscenico — ha sempre seguito rotte un po’ laterali. Eppure, riconosco chiaramente l’appartenenza a una stirpe invisibile: quella dei cantautori e degli uomini di teatro che respirano la polvere dei vicoli, che attingono alla malinconia e alla grandezza sfacciata di questa città.

Se dovessi riassumere l’anima e l’atmosfera di “Lanterna di fuoco” con tre parole, quali sceglieresti e perché?
Ecco le tre parole con cui riassumerei l’anima e l’atmosfera di Lanterna di fuoco:

Infanzia: Perché il brano affonda le sue radici nei ricordi più puri, nei giochi condivisi con mia sorella Katia e in quel tempo sospeso in cui tutto sembrava possibile.
Tempo: Inteso come viaggio e come legame invisibile, capace di ricucire il passato e il presente attraverso la magia della memoria e della musica.
Luce: Quella della lanterna che attraversa il buio, un simbolo di speranza e di calore che guida i passi e scalda i ricordi più cari.

“Lanterna di fuoco” è una fiaba sonora carica di realismo magico, introspezione e ricerca interiore: c’è un verso del testo a cui sei particolarmente legato o che senti più urgente?
E’ questo verso in particolare: Lanterna di fuoco, volta in alto, non tornare giù, io volo insieme a te, vedo tutto il mondo da quassù, non torno più
Custodisce l’intero senso del viaggio: è il momento in cui la lanterna attraversa il tempo per ricongiungere ciò che eravamo con ciò che siamo diventati.

Ti capita mai di riascoltare le composizioni dei tuoi progetti passati? Che effetto ti fa ritrovare il Massimo di allora alla luce di questa nuova maturità?
Riascoltare le mie vecchie registrazioni o i progetti passati mi fa sempre uno strano effetto: è come aprire una vecchia scatola di latta trovata in soffitta. All’inizio c’è un pizzico di tenerezza, quasi un sorriso bonario per certe ingenuità o per un modo di cantare e suonare che appartiene a un’altra stagione della vita. Ma subito dopo subentra la consapevolezza che quel Massimo lì, con tutte le sue insicurezze e l’urgenza di dire, è la mattonella su cui poggia tutto ciò che sono oggi.

Guardando avanti, verso quali orizzonti emotivi e sonori senti che ti condurrà la prossima tappa del tuo viaggio musicale?
Guardando avanti, sento che la prossima tappa del mio viaggio musicale mi porterà a spingere ancora più a fondo l’acceleratore su quel confine sottile e affascinante tra la forma canzone d’autore e le sonorità synthwave e sci-fi. Voglio continuare a esplorare quel contrasto tra il calore acustico del pianoforte — il mio primo e viscerale compagno di viaggio — e i battiti elettronici, le frequenze profonde e i ritmi avvolgenti che richiamano la modernità e l’immaginario di artisti come The Weeknd, senza mai perdere di vista l’insegnamento immortale dei grandi maestri come Battiato. A livello emotivo, l’orizzonte è quello di un racconto sempre più maturo, che sa guardare alle cose del mondo e dell’anima con la stessa meraviglia e lo stesso stupore di quel bambino romano di sei anni. Voglio che la mia musica sia una mappa per viaggiare nello spazio interiore, arrivando dritta al cuore di chi ascolta con un’urgenza comunicativa ancora più nitida e tagliente.