
Dieci stanze, dieci personaggi, dieci modi diversi di raccontare la normalità vista da una prospettiva leggermente storta: questa è la scommessa di Stanze Mentali, secondo album dei Niente da Fare, che dopo l’esordio Per Caso Alieno conferma la propensione della band per i testi mai banali. L’ascolto in sequenza rivela un disco capace di spaziare con naturalezza dal grottesco quasi comico di Chocosexual, costruito su un elenco di fobie surreali, fino alla gravità sociale di 2063, ispirata al discorso di Martin Luther King e al tema della discriminazione razziale ancora irrisolta. È proprio in questo passaggio, però, che il disco chiede al pubblico uno sforzo in più. Il salto tra il tono giocoso delle fobie immaginarie e la pesantezza di un testo sulla violenza razziale arriva senza una transizione che prepari l’ascoltatore al cambio di registro, e in un primo ascolto rischia di disorientare più che sorprendere. Un breve interludio strumentale tra le due tracce avrebbe probabilmente reso il passaggio più naturale, magari riprendendo uno dei motivi melodici già introdotti in apertura di disco. Detto questo, la varietà tematica resta uno dei punti di forza del disco, non un suo limite strutturale: ogni brano, preso singolarmente, regge bene sulle proprie gambe, e l’ascolto per stanze separate, più che come blocco unico, restituisce il senso più autentico del progetto. Bercigli e compagni dimostrano comunque una scrittura capace di toccare registri opposti senza risultare mai superficiale, e lo stesso vale per Canzone Pop, che racconta con leggerezza apparente un conflitto creativo molto concreto tra musicista e direttore artistico.








