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Alan, tra social, identità e realtà: il messaggio di “Specchi Rotti”

Con “Specchi Rotti”, gli Alan firmano un brano che osserva con sguardo critico il rapporto sempre più complesso tra identità reale e rappresentazione digitale. Attraverso un testo diretto e riflessivo, la band affronta temi attuali come l’ossessione per la perfezione online, la perdita di autenticità e il rischio di confondere ciò che siamo con ciò che scegliamo di mostrare agli altri. Un racconto che parte dall’esperienza quotidiana per interrogarsi sul senso di appartenenza, sul valore delle relazioni e sulla necessità di riscoprire il contatto con la realtà.

Dal punto di vista musicale, “Specchi Rotti” combina energia rock ed elementi elettronici, mantenendo vive le influenze della tradizione britannica che ha segnato il percorso artistico del gruppo. A completare il progetto c’è un videoclip realizzato con il supporto dell’intelligenza artificiale, scelta che rafforza ulteriormente la riflessione sul confine sempre più sottile tra vero e artificiale. Dopo oltre vent’anni di attività underground, gli Alan continuano a utilizzare la musica come strumento di osservazione sociale, dando voce a domande e contraddizioni che riguardano tutti noi.

“Specchi Rotti” affronta il rapporto tra identità reale e immagine digitale: da quale riflessione è nato il brano?
Ci rendiamo conto che il mondo e’ profondamente cambiato. Si e’ creata una frattura tra chi pensiamo di essere e cio’ che siamo veramente. Questa forma di alienazione ci mette sempre piu’ ai margini delle nostre vite e ci propone delle proiezioni e dei desideri inarrivabili. Sentivamo il bisogno di scrivere qualcosa per ricordare in primis a noi stessi che e’ ancora valido l’hic et nunc.

Nel testo emerge una forte critica all’ossessione per la perfezione online. Quanto pensate che i social abbiano modificato il modo di percepirsi?
Di solito i social propongono un’approccio ergonomico alle conoscenze o alla rete sociale. Tutto si adatta alle nostre aspettative. Ricordo una vignetta di qualche anno fa di Vauro nella quale un adulto veniva contestato dal figlio che lo criticava perche’ riteneva valido tutto cio’ che leggeva nei blog complottisti. Il padre gli rispondeva che riteneva impossibile che fossero cretinate perche’ era esattamente cio’ che lui pensava. Purtroppo siamo portati a ritagliare una realta’ troppo confacente ai nostri desideri e questo ci preclude reali situazioni di sano confronto e crescita. La cosa peggiore e’ che non ce ne accorgiamo nemmeno

Il ritornello sembra invocare un ritorno all’autenticità. È questo il messaggio centrale del singolo?
E’ quasi un grido di dolore. Ci chiediamo come sara’ un mondo in cui la proiezione della perfezione si scontrera’ contro la fallibilita’ della realizzazione nella vita reale. Auspicare al meglio e’ certo un dovere dell’essere umano ma lo e’ anche la severa autocritica sotto la quale tutti dovremmo soggiacere. Tornare al mondo reale ci aiuterebbe ad accettare in maniera meno dolorosa i nostri drammi interiori

Avete vissuto sia il mondo pre-social sia quello iperconnesso di oggi: cosa si è perso lungo il percorso?
Sembrera’ strano ma non si e’ perso nulla. E’ tutto quanto dove e’ sempre stato. I Radiohead direbbero che “Everything is in its right place”. Il problema e’ che abbiamo distolto lo sguardo dalle cose senza rendercene conto. Quando andiamo a cena abbiamo sempre il telefono sul tavolo come se dovesse arrivare la telefonata della vita o il post nel quale qualcuno ci notizia di essere diventati famosi, ricchi ed influenti. Vedo coppie ai tavoli che si perdono nei riflessi degli schermi alienati come nella peggiore delle proiezioni Orwelliane. Siamo diventati pro-sumer. Produttori e consumatori di beni immateriali che non hanno nessun valore aggiunto nel mondo reale.

Musicalmente il pezzo unisce elettronica e rock in modo molto energico. Come avete costruito il sound di “Specchi Rotti”?
Con gli ascolti siamo sempre stati orientati verso un sound piu’ classico e chitarroso. Essendo cresciuti negli anni 80, siamo figli del combat rock inglese e del pop dalle venature melodiche. La scelta di virare verso un sound piu’ sintetico cercando di rimanere sugli standard shuffle di un blues elettronico e’ stato il modo per omaggiare le nostre radici senza cadere in un cliche’ troppo marcato.

Il videoclip realizzato con l’intelligenza artificiale richiama atmosfere distopiche e cinematografiche. Quanto conta l’aspetto visivo nel vostro progetto?
L’immagine per noi conta davvero poco. Siamo totalmente fuori dallo showbiz moderno. Tendenzialmente abbiamo voluto sposare l’idea di un approccio piu’ tecnologico per due motivazioni. La prima e’ ovviamente relativa al tema della canzone. Siamo gia’ ad un punto nel quale il deep faking rende il confine tra vero ed artefatto irriconoscibile. La seconda motivazione e’ che per un aspetto creativo e meno didascalico l’uso del AI generativa a supporto delle immagini, ci ha permesso di creare un immaginario piu’ vicino a quello che nel cinema moderno sarebbe sicuramente costato di piu’.

Dopo oltre vent’anni di attività underground, cosa vi spinge ancora a raccontare temi sociali attraverso la musica?
Siamo esseri con una forte matrice gregaria, anche se ultimamente l’individualismo ci ha portato ad una solitudine tremenda. Esisteranno sempre temi che ci riguardano tutti indistintamente. Dobbiamo lavorare al bene ed al progresso dell’umanita’ e per questo motivo e’ anche bene portare a galla qualcosa che ci spinga a cooperare nella giusta direzione

Alessandra

Alessandra

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