Taglialucci: “Una solitudine troppo rumorosa” – Burocrazia emotiva e caos strutturato

“Validato, Disposto, Archiviato.” 

Più che a un EP, il nuovo disco di Taglialucci è simile a un documento. “Una solitudine troppo rumorosa”, titolo ispirato all’omonimo libro di Bohumil Habral, è una pratica compilata con precisione glaciale, dove l’emotività viene filtrata attraverso strutture rigide e suoni stratificati. In un panorama musicale spesso orientato all’immediatezza, questo lavoro si distingue per la sua volontà di costruire un sistema. Abbiamo parlato con Taglialucci di burocrazia emotiva, processi creativi e del bisogno di dare forma al caos contemporaneo senza necessariamente risolverlo.

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L’immaginario di una “burocrazia emotiva” che attraversa il disco è nato prima o dopo la musica?

Direi di pari passo. Stile, concept e portata sonora si sono allineati quasi automaticamente lungo la strada. Sono partito da una necessità istintiva che si è pian piano levigata e contenuta attraverso la scrittura.

Non a caso anche la copertina del disco richiama questo immaginario. Come è stata concepita visivamente?

L’ispirazione iniziale viene dal romanzo di Hrabal. Volevamo creare un blocco opprimente, freddo, che trasmettesse un peso insostenibile. Siamo andati dritti nella direzione del macero, evocando l’immaginario del libro, ma abbiamo inserito dei tocchi pop per sdrammatizzare. Rappresentano la vena ironica dei brani e, in fondo, il mio modo di essere.

Una solitudine troppo rumorosa è stato realizzato in collaborazione con Claudio Cupelli. Come avete deciso di lavorare insieme e in che modo il suo contributo ha arricchito il progetto?

Claudio ha curato la produzione artistica, il mix e il mastering, oltre a suonare diversi strumenti e diverse chitarre di pregio, come in Celestiale. Il suo contributo è stato fondamentale nel definire la texture industrial dei brani, salvaguardando però il respiro melodico della canzone italiana. Abbiamo rodato l’intesa con i primi due singoli, alzando progressivamente l’asticella del songwriting e del mio approccio vocale, maturato in sei mesi di lavoro in studio con lui.

Musicalmente ti senti maggiormente vicino a una dimensione più concettuale o emotiva?

In genere tendo al concettuale, cerco sempre di definire un contesto. Questo disco, in realtà, è molto emotivo e istintivo: abbiamo scritto, suonato e prodotto tutto in cinque mesi, quando di solito impiego molto più tempo a concepire un lavoro. Il concept e la scelta sonora si sono strutturati in modo naturale. Alla fine si tratta di canzoni semplici, senza lirismi esasperati o sconvolgimenti formali. Ho solo cercato di costruire l’immaginario giusto in cui farle nuotare. Il risultato è questo effetto di rumorosa solitudine.

Questo progetto ha delle regole precise o lasci che evolva liberamente? E come definiresti la tua “identità” artistica?

Ha delle regole precise. Pesca nel biografico senza l’ambizione di dispensare consigli di vita, perle di saggezza o indicazioni morali. È un lavoro gelido. Nasce tra le carte: fatture di visite mediche, impegnative, prenotazioni, bollette, certificati, libretti d’istruzioni ingialliti e pubblicità di Mondo Convenienza usate come livella per i mobili. Mistica elettrodomestica.

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