Con “Mi Sveglio”, i Dish-Is-Nein firmano un EP essenziale e denso, che muove tra memoria e presente senza cercare facili risposte. Il lavoro recupera frammenti del passato per proiettarli in una dimensione più cupa e contemporanea, dove al centro resta l’individuo e la sua presa di coscienza.
Tra tensione sonora e urgenza espressiva, la band costruisce un percorso compatto, volutamente sospeso, che mette in luce le contraddizioni del presente senza aderire a schemi o appartenenze. In questa intervista per Diffusioni Musicali, i Dish-Is-Nein raccontano la genesi dell’EP e il loro modo di leggere il tempo che viviamo.
“Mi Sveglio” è un titolo diretto ma ambiguo: perché questa scelta?
Dopo una vita passata in trincea, bomba a mano e coltello tra i denti, abbiamo pensato fosse giunto il momento di cambiare angolazione. È vero, il titolo ed il testo del brano, giocano volutamente su di una ambiguità “formale”. Mi sveglio, al di là del senso letterale del termine, sottintende una presa di coscienza che vuole essere prima di tutto individuale. Le manifestazioni collettive, di qualsiasi fede politica siano, purtroppo servono principalmente ad “ingrassare” il consenso più che costruire un movimento di idee, di coscienze che porti a cambiamenti concretamente tangibili. Da qui l’idea di fare un passo a lato, ripartendo dall’individuo, prima di tutto.
Quanto è stato complesso trovare un equilibrio tra passato e contemporaneità?
Fortunatamente non ci siamo mai trovati nella situazione di doverci porre questo problema. Ci sentiamo totalmente calati nella contemporaneità che viviamo (e subiamo), cercando di palesarne i cortocircuiti, le storture (e sono tante), le contraddizioni che la caratterizzano, trasversalmente. Non cerchiamo, né ci interessa, il plauso di una qualche fazione politica. Ci interessa raccontare e riflettere ciò che sentiamo, le difficoltà di vivere in questo tempo dannatamente complesso e profondamente tossico.
Le vostre riletture cambiano il significato originale dei brani o lo amplificano?
No, non parlerei di rilettura, e nemmeno di amplificazione del significato, quanto meno nel senso stretto del termine, anche se da un altro punto di vista, riproporre la versione aggiornata di un brano significa anche rileggerlo. A me però piace di più il termine “riarmare”, lo trovo più consono alla nostra indole, alla nostra storia, a quello che siamo. Io, per carattere, raramente mi soffermo su quello che è stato il mio passato, per quanto importante (per me) e sicuramente gratificante. Dopo tutto questo tempo continuo ad avere una “tensione propositiva” che guarda al presente cercando di individuare i segnali che mi permettano di ipotizzare un futuro. Questione di indole, come dicevo poc’anzi.
C’è un filo narrativo preciso che lega i tre brani dell’EP?
Sì, ma non è un filo lineare; è una traiettoria, una convergenza. I due brani dei Disciplinatha riemergono come frammenti di memoria, mentre l’inedito ne raccoglie la tensione e la sposta nel presente, dentro un contesto più scuro e stratificato. È un passaggio: dalla crisi all’alienazione, fino ad una consapevolezza che però non è consolatoria, tutt’altro. Un lavoro volutamente sospeso, più interessato ad aprire domande che a chiuderle.
Quanto conta per voi l’aspetto concettuale rispetto a quello sonoro?
Sono due aspetti che viaggiano di pari passo, strettamente connessi ed interdipendenti ma senza una “regola” precisa. Anche in questo caso non si tratta di prassi lineare. Talvolta sono le atmosfere musicali ancora prima delle parole a dettare il tono e l’umore del testo che vi verrà scritto attorno. Altre volte invece è una frase, anche solo una parola, a dare il là alla trattazione musicale. Poi ci sono anche le immagini, per lo più oniriche, che generano suggestioni che danno il là al processo creativo … tutto questo senza l’uso di sostanze psicotrope 😃
Questo lavoro rappresenta un punto di arrivo o un nuovo inizio?
Nessuna delle due ed entrambe le cose: mi spiego. Da un certo punto di vista ogni nuovo lavoro è un punto di arrivo di un percorso, una storia che cattura le nostre esistenze per un certo lasso di tempo. Per noi però, anche per quella che è stata la nostra storia, passata e presente, la fine di un lavoro rappresenta anche la nascita di nuovi stimoli, la ricerca di altre strade per proseguire, finché ne avremo la voglia e la forza, il nostro percorso artistico. Non amiamo ripeterci su cose già viste, dette, fatte, provate. Lo stimolo più forte (e forse pure quello più bello) è continuare ad alzare l’asticella. Ci piace farlo per noi in primis, ma anche per la “nostra gente”, che continua a seguirci ed a sostenerci dopo tutto questo tempo e dopo tutte le vicissitudini accadute, e che per questo si merita sempre e comunque il 200% del nostro impegno.








