Con “Blackout”, Halley porta al centro un tema delicato e attuale: il rapporto tra identità personale e pressione sociale. Il brano nasce da un’esperienza intima e racconta il senso di inadeguatezza che può emergere quando non ci si riconosce nei modelli imposti, tra difficoltà di socializzazione e bisogno di sentirsi accettati.
Senza retorica, l’artista trasforma queste emozioni in un racconto diretto, in cui la fragilità diventa un punto di partenza e non un limite. “Blackout” si muove così tra introspezione e consapevolezza, offrendo uno spazio di riconoscimento per chi si è sentito, almeno una volta, fuori posto.
A seguire, l’intervista completa.
“Blackout” affronta il tema della standardizzazione sociale: quanto senti questa pressione nella tua generazione?
Personalmente ormai ci ho fatto l’abitudine, ma è innegabile che conti anche solo l’apparenza. Non credo che sia una questione della mia precisa generazione, ma un fatto di età, qualsiasi generazione è stata così. In realtà poi forse è anche meno di ciò che sembra, però a volte è giusto anche adattarsi alla società.
Ti è mai capitato di sentirti escluso proprio per non aderire a certi modelli?
Sì, perché i modelli li trovavo inutili e la gente basa tutto su quello. Io ho sempre avuto interessi e passioni molto diverse da ciò che la maggior parte della gente ha, ma sono riuscito a conciliare tutto, capendo che le mie curiosità non devono essere tutta la mia vita.
Secondo te oggi è più difficile essere sé stessi?
All’inizio tanto. Quando entri nel mondo della socializzazione è tosta, perché ti senti di dover essere uguale agli altri, ma come ho detto prima non credo sia un fatto di “oggi”. In realtà poi andando avanti si può essere completamente se stessi, soprattutto con persone che lo sono a vicenda.
Quanto influiscono i social in questa percezione di inadeguatezza?
Probabilmente tanto, non so neanche dare una risposta oggettiva visto che io senza social non ci sono mai stato, però ammetto che hanno oggettivamente aumentato la questione dell’apparenza, ma secondo me permettono anche di crescere prima e meglio.
Pensi che la musica possa davvero aiutare chi vive queste difficoltà?
A me ha aiutato tanto scrivere, e non ho mai trovato troppe canzoni che parlano apertamente di ciò, avrei voluto però. Penso che la musica sia curativa quasi per tutto, non definitivamente, ma ti concede quei 3 minuti in cui ascolti e pensi alla canzone. Poi è una questione soggettiva, ma personalmente se avessi scoperto una canzone come Blackout mi avrebbe sicuramente aiutato.
Ti senti rappresentativo di una parte della tua generazione?
Forse sì, ma non della parte che tutti vedono, anzi della parte che non appare mai, come ero io.
Che tipo di messaggio vuoi lasciare a chi si sente “fuori posto”?
Non puoi perdere te stesso per badare solo all’apparenza, ma neanche mettere al centro solo te stesso. Devi trovare un giusto mix per provare ad inserirti in certe dinamiche sociali, poi da lì puoi iniziare a comportarti in modo sincero. Non avere ansia delle reazioni delle persone, perché sono più le volte in cui sono positive.
Credi che la società stia cambiando o resti ancora troppo rigida?
Secondo me, ad oggi, la società è apertissima. È ovvio che qualche persona più chiusa ci sia nel mondo, ma guardando solo a pochi anni fa io vedo un miglioramento netto, ho molta fiducia nella mia generazione.





