
Ascoltare “What if?” è come ricevere per errore le cartelle cliniche di un’anima bipolare trasmutate in spartiti. Terenziani non nasconde nulla: la sua “disciplina confusa” è il motore di un disco che oscilla tra euforia funky e depressioni abissali. Brani come “Rien Club” sono sedute psicanalitiche messe in musica, dove i rimpianti e le colpe non vengono sussurrati, ma urlati attraverso chitarre sovraincise che sembrano litigare tra loro. C’è una onestà brutale nel modo in cui l’autore parla della sua misantropia e delle sue relazioni “malate”. Non è il solito vittimismo da rockstar; è la cronaca di un uomo che ha lottato con i propri demoni e ha deciso di invitarli a cena per registrare il rumore delle loro forchette sul piatto. Il basso di Elisa Minari agisce qui come un’ancora, un battito cardiaco regolare che impedisce al disco di scivolare nel caos totale, mentre Animini cuce i lembi di queste ferite aperte con tastiere oniriche. È un lavoro necessario per capire che la salute mentale non è un limite all’arte, ma spesso il suo filtro più puro e doloroso.







