Con “A Mio Padre”, DepSure firma uno dei capitoli più intimi e vulnerabili del suo percorso artistico.
Un brano nato da un dolore radicato nel tempo, che prende forma in una confessione lucida e diretta sul rapporto spezzato con una figura paterna assente.
Dalla scelta di pubblicarlo nel giorno della Festa del Papà alla decisione di anticiparlo con una versione piano e voce, l’artista racconta il processo emotivo dietro la canzone, tra distanza, delusione e crescita personale. In questa intervista DepSure si apre senza filtri, ripercorrendo la genesi del brano e il significato più profondo di una storia che, da personale, è diventata condivisa.
“A Mio Padre” è uno dei tuoi brani più personali. Quando hai capito che questa storia doveva diventare una canzone?
DepSure: Dentro di me sapevo che prima o poi avrei scritto un brano così, perché è un dolore che mi porto dietro fin dall’infanzia. Col tempo è maturato, ha preso forma, e a un certo punto è uscito da solo, trasformandosi in musica.
Nel pezzo racconti un rapporto spezzato e la scelta della distanza. È stato più difficile scrivere il testo o decidere di pubblicarlo?
DepSure: L’ho scritta di getto, è venuto tutto in modo molto naturale, senza forzature. Più che altro, la parte difficile è stata capire quando pubblicarla: non era una scelta semplice, proprio per quanto è personale. Alla fine ne ho parlato con il mio team e abbiamo deciso insieme di farlo in uno dei giorni più importanti, la festa del papà.

Il brano esce dopo la Piano Version pubblicata il 19 marzo. Quanto era importante far ascoltare prima la versione più nuda e vulnerabile?
DepSure: Credo che l’approccio solo piano e voce sia stato fondamentale, perché è quello che mi ha permesso di esprimermi di più, soprattutto nell’intenzione con cui l’ho cantata. È una dimensione molto più nuda, diretta, senza filtri. È lo stesso brano, ma non ti nascondo che la versione piano ha qualcosa in più: arriva in modo diverso, forse ancora più profondo e sincero.
In “A Mio Padre” non c’è rabbia, ma una lucidità molto forte. È una forma di chiusura definitiva o un modo per fare pace con il passato?
DepSure: Sì, c’è molta lucidità ma anche tanta delusione. È la delusione di un figlio che ha compreso e integrato tutti gli sbagli del padre, ma che non riesce a perdonarli, perché alla fine è stato il tempo a parlare da sé. È un discorso molto personale. Più che una chiusura definitiva, è stato un modo per fare pace con il mio passato: ho accolto quel dolore e l’ho trasformato, e questo mi ha permesso di crescere.
La figura paterna nel brano appare fragile e autodistruttiva. Quanto è stato importante per te raccontarla senza giudizio?
DepSure: È stato tutto molto spontaneo, anche perché è difficile giudicare una presenza che in realtà non c’è mai stata. Non volevo puntare il dito, ma semplicemente raccontare quello che ho vissuto, in modo sincero.
“A Mio Padre” parla di ferite familiari, ma anche di consapevolezza. Che messaggio speri arrivi a chi ha vissuto situazioni simili alla tua?
DepSure: La cosa che mi rende più felice è che tante persone ci si siano riviste: non è qualcosa che ho scritto solo per me, ma anche per tanti ragazzi e ragazze che magari hanno vissuto situazioni simili. Oltre al brano, ho iniziato anche un format su TikTok in cui ascolto tutti i messaggi vocali che mi arrivano da ragazzi e ragazze che hanno vissuto storie simili alla mia: si chiama “Noi Siamo Uguali”. È uno spazio vero, dove ci si riconosce e ci si sente meno soli. Il messaggio che spero arrivi è proprio questo: spesso chi vive certe situazioni matura prima, perché è costretto ad affrontare e accettare il proprio dolore. Ma è proprio da lì che può nascere qualcosa di forte: la consapevolezza, la crescita, e anche la capacità di trasformare quel dolore in qualcosa di positivo.

“A Mio Padre” non è solo una canzone, ma un momento di elaborazione emotiva che si trasforma in dialogo. Attraverso il brano e il format “Noi Siamo Uguali”, DepSure costruisce uno spazio in cui chi ha vissuto esperienze simili può riconoscersi e sentirsi meno solo. La musica diventa così uno strumento di consapevolezza, capace di trasformare ferite personali in un messaggio collettivo. Un percorso che parte dall’assenza, attraversa il dolore e arriva a una nuova forma di equilibrio.






