Le rose e il deserto è il progetto artistico di Luca Cassano, cantautore nato a Corigliano Calabro nel 1985, cresciuto tra sud e centro Italia e oggi attivo a Milano. Un percorso geografico che si riflette anche nella sua scrittura, da sempre sospesa tra dimensione intima e osservazione del reale, con una forte attenzione alla parola e alla sua capacità evocativa. Nel tempo, il progetto ha costruito un’identità precisa, muovendosi tra musica e poesia: dall’ep Io non sono sabbia fino ai dischi Cocci sparsi e Chissà com’è, senza tralasciare le raccolte poetiche che affiancano e completano il lavoro discografico.
All’interno di questo percorso si inserisce Capobanda, nuovo singolo e ultimo brano di Chissà com’è. Una canzone che nasce da un ricordo personale, quello di un amico scomparso troppo presto, e che si sviluppa attraverso immagini nitide, capaci di restituire la presenza di una figura centrale nella vita dell’autore. Agostino, con il suo contrabbasso e il suo modo di stare al mondo, diventa il fulcro di un racconto che evita la retorica e si concentra piuttosto sulla qualità del legame.
Il titolo stesso suggerisce una chiave di lettura: il “capobanda” non è soltanto una guida musicale, ma una presenza che tiene insieme, che accompagna e sostiene. In questo senso, il brano si muove su un doppio livello, personale e simbolico, trasformando un’esperienza individuale in una riflessione più ampia sul valore delle relazioni e sulla traccia che alcune persone lasciano nel tempo.

Ecco la nostra intervista
Come è nata musicalmente Capobanda: da un giro di chitarra, da un’immagine, da una frase appuntata tempo prima?
Capobanda è nata da una parola, capobanda appunto; certo, poi è arrivato il giro di accordi su cui si costruisce la strofa (che tra l’altro non è nulla di particolarmente strano). Volevo scrivere una canzone che parlasse di Agostino, in cui entrasse tutto l’amore che, seppur per un periodo molto breve, avevo provato per questo compagno di viaggio.
L’arrangiamento mantiene un equilibrio tra leggerezza e malinconia. Qual era l’obiettivo sonoro che volevi raggiungere?
Quando io e Alessandro Sicardi (co-produttore del disco) abbiamo deciso che anche Capobanda avrebbe fatto parte di Chissà com’è, ci siamo detti che in questa canzone non ci sarebbe stato il basso/contrabbasso, proprio per marcare l’assenza del nostro capobanda e poi ci siamo anche detti che Capobanda avrebbe dovuto essere una canzone diversa rispetto alle altre del disco. E quindi non l’abbiamo arrangiata: abbiamo deciso che l’avremmo suonata improvvisando, io alla chitarra acustica sul testo, Alessandro alla chitarra elettrica e il Presidente Fabio Greuter alla fisarmonica; e oltre a non arrangiarla, abbiamo anche deciso che l’avremmo registrata in presa diretta, suonando tutti insieme nella stessa stanza; e così è stato due take e canzone pronta. E’ stato un bel regalo che ci siamo fatti.
Il contrabbasso evocato nel testo è centrale nell’immaginario del brano: quanto ha influenzato la costruzione ritmica e armonica?
Come dicevo, nel brano non c’è una linea di basso se non ogni tanto la chitarra che pizzica le corde più grosse. E’ stata una scelta precisa, di cuore: fase dell’assenza del basso la cifra stilistica di questa canzone, come l’assenza di Agostino ne è stata la ragione prima per cui è nata.
In fase di registrazione, hai preferito privilegiare l’immediatezza dell’esecuzione o un lavoro più stratificato sui dettagli?
Come ti dicevo, abbiamo deciso di puntare tutto sull’emozione che il testo ci evocava: non c’è stata alcuna pianificazione/arrangiamento, ma soltanto improvvisazione in presa diretta. Credo che Capobanda sia la canzone che più mi soddisfa di questo disco.
Collabori con musicisti che conoscono bene il tuo linguaggio. Quanto conta la fiducia reciproca quando si affronta un brano così personale?
E’ tutto! Fabio e Alessandro conoscevano Agostino da decine di anni; per loro è stato facile, naturale, entrare insieme a me nell’emozione di questa canzone e iniziare a suonare, improvvisando. Non c’è stato bisogno di parole, di spartiti. Venivamo già da molti concerti suonati insieme, loro avevano già sentito la canzone in versione chitarra+voce suonata molte volte live. E’ stata pura magia.
C’è un passaggio di Capobanda di cui sei particolarmente soddisfatto dal punto di vista interpretativo?
MI emoziono sempre quando ascolto (e quando canto) “La vita fa un po’ male, da quando sei partito senza neanche salutare”…






