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Rey: “Acqua Ossigenata è la mia ferita aperta tra bisogno d’amore e perdita di equilibrio”

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Con “Acqua Ossigenata”, Rey racconta la fragilità e l’intensità dei legami affettivi attraverso una metafora diretta e incisiva. Il brano nasce da esperienze personali e si muove tra elettronica e momenti più intimi, costruendo un equilibrio sonoro capace di amplificare il peso emotivo del racconto. In questa intervista, l’artista approfondisce la genesi del singolo, il rapporto tra vissuto e scrittura e la visione live di un progetto sempre più definito.

“Acqua Ossigenata” usa una metafora chimica molto forte: quando hai capito che quella frase poteva diventare il cuore della canzone?
In realtà è stato immediato. Nel momento in cui quel concetto mi è arrivato in testa, ho sentito che aveva un peso specifico forte, quasi inevitabile. Mi sembrava la metafora perfetta per raccontare quella tensione continua tra il sentirsi fuori posto e, allo stesso tempo, il bisogno quasi viscerale di appartenere a qualcuno. Da lì, tutto il brano ha iniziato a costruirsi attorno a quell’immagine.

Nel brano racconti una dipendenza affettiva che brucia ma a cui è difficile rinunciare: quanto c’è di autobiografico in questa storia?
Per quanto riguarda la componente autobiografica, per me è fondamentale. Ho sempre bisogno di partire da qualcosa che ho vissuto davvero, che mi ha attraversato. È l’unico modo che conosco per essere credibile quando scrivo. Poi è chiaro che c’è anche una parte di costruzione narrativa: romanzare serve a dare più profondità, a rendere certi dettagli più universali, più riconoscibili anche per chi ascolta.

Musicalmente il pezzo alterna elettronica pulsante e momenti più intimi: come hai lavorato sugli equilibri sonori?
A livello sonoro è stato un processo meno lineare di quanto sembri. All’inizio “Acqua Ossigenata” era una ballad molto essenziale, piano e voce. Funzionava, ma sentivo che mancava qualcosa, che non aveva ancora un’identità precisa. Da lì abbiamo iniziato a lavorare sulle texture: un pianoforte con una timbrica più lo-fi, poi synth analogici per dare movimento e carattere. Non volevamo snaturarla, ma semplicemente portarla in un mondo sonoro più definito. A un certo punto, gli elementi hanno iniziato a dialogare tra loro in modo naturale.

Studi produzione audio al SAE Institute di Milano: quanto la tua formazione tecnica influenza il modo in cui scrivi e produci musica?
Il mio percorso al SAE ha inciso molto, soprattutto nel modo in cui affronto il lavoro. Non solo dal punto di vista tecnico, ma proprio nel modo di pensare la musica. Ho sviluppato una certa disciplina nel processo creativo: so quando lasciarmi andare e quando invece serve struttura, metodo. Questo equilibrio per me è diventato essenziale, e la formazione che sto ricevendo mi sta aiutando a costruirlo in maniera concreta.

Il tuo obiettivo è portare la tua musica sui palchi di tutta Italia: come immagini il live di “Acqua Ossigenata”?
Il live di “ACQUA OSSIGENATA” lo immagino come un momento molto raccolto, quasi sospeso. Luci fredde, blu, che richiamano l’immaginario del brano. Una band che accompagna tutto in acustico, senza eccessi, per lasciare spazio alle parole. Io al centro, magari seduto, in una dimensione più intima. E davanti, persone pronte ad accogliere quello che succede sul palco come se fosse qualcosa di loro: un punto di contatto, un momento di riconoscimento reciproco.