Immaginate una casa in campagna, di quelle con le persiane di legno che scricchiolano. Fuori il sole è già alto, ma dentro l’aria è ancora fresca. Aprite le finestre e lasciate che la brezza porti con sé l’odore dell’erba tagliata e il suono lontano della vita che ricomincia. Ecco, De par en par è esattamente quel momento. Il titolo stesso, che in spagnolo indica qualcosa di “spalancato”, non è solo una metafora architettonica, ma una condizione dell’anima. Erika e Agustín hanno aperto le porte del loro mondo interiore e ci hanno invitato a entrare, senza chiederci di togliere le scarpe.
L’album è stato concepito e registrato in soli due giorni, un lasso di tempo che solitamente non basterebbe nemmeno per scegliere il suono della cassa in una produzione pop standard. Ma per i Sinedades, il tempo era un alleato, non un limite. Questa rapidità d’esecuzione si traduce in una freschezza rara. Non c’è la stanchezza del brano provato mille volte fino a perdere il significato originale; c’è l’urgenza del racconto. Canzoni come “Luz” sembrano scritte sulla sabbia mentre la marea sale: c’è una dolce malinconia, ma anche la consapevolezza che ogni istante è irripetibile.

C’è un calore quasi materno che avvolge l’intero disco. È la sensazione di essere a casa, protetti da un linguaggio che mescola l’italiano e lo spagnolo con la naturalezza di chi vive tra due mondi. La narrazione procede per immagini: piccoli frammenti di quotidianità che diventano universali. È un disco che non urla per farsi notare, ma che ti sussurra all’orecchio storie di viaggi, di ritorni e di quella strana felicità che si prova quando si smette di cercare la perfezione e si comincia, finalmente, a vivere. Ascoltarlo è un atto di igiene mentale, un modo per ricordarsi che la bellezza è spesso nelle cose più semplici, purché siano fatte con amore.


