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Thëm – “Ciò che resta di me”: restare, anche quando tutto crolla

Ci sono dischi che nascono per essere ascoltati e altri che sembrano scritti per essere abitati. Ciò che resta di me appartiene alla seconda categoria: un lavoro che non chiede attenzione distratta, ma presenza emotiva. I Thëm costruiscono un racconto compatto, otto brani che seguono un’unica linea narrativa fatta di fratture, silenzi e tentativi di riconoscersi mentre tutto crolla.

L’apertura è affidata a Incontrami, che non introduce l’album ma lo espone immediatamente. È una richiesta disperata, un dialogo che non riesce più a compiersi. La voce si muove tra urlo e implosione, mentre il suono crea una distanza gelida, quasi fisica. Qui il disco dichiara subito la sua urgenza: non ci saranno mediazioni.

Con Giacere il tempo rallenta e il peso si fa corporeo. È il brano della stanchezza profonda, dell’inadeguatezza che non ha più bisogno di essere spiegata. Le parole diventano frammenti di identità, sospese tra ciò che si è e ciò che si finge di essere. Il suono accompagna la resa, senza mai trasformarla in vittimismo.

Il cuore introspettivo dell’album emerge con forza in Baratro dei miei silenzi. Qui il silenzio non è pausa, ma materia viva. Ogni parola sembra cadere su se stessa, senza trovare appigli. È una confessione che non cerca assoluzione, ma prende atto del peso del rimpianto e della difficoltà di nominare il dolore.

Paralleli introduce una tensione diversa, più sottile. Racconta di due esistenze che scorrono affiancate senza mai incontrarsi davvero. Il desiderio resta sospeso, schiacciato dal tempo che passa e da un destino che sembra già scritto. È uno dei momenti più fragili del disco, dove una luce debole prova a filtrare nel buio.

La tensione torna a farsi fisica con Suffer, una corsa circolare contro la rassegnazione. Il dolore diventa ritmo, ripetizione, quasi un mantra. Non c’è liberazione, ma resistenza: la possibilità di restare, di non cedere del tutto, anche quando la sofferenza si ripresenta identica a se stessa.

Il punto più crudo arriva con Come sarebbe stato, confronto diretto con il vuoto delle possibilità mancate. Qui la rabbia si intreccia al rimpianto e le domande senza risposta diventano il vero grido del brano. È una traccia devastante, che non concede rifugi emotivi.

Lost scivola invece in una dimensione ovattata, quasi sommersa. È un requiem interiore, il racconto di chi affonda nei propri demoni cercando una voce che non risponde più. Il suono sembra arrivare da lontano, come se tutto fosse filtrato da uno stato di annebbiamento emotivo.

A chiudere è Specchi, il brano più intimo e autolesionista. Il confronto con sé stessi diventa un atto violento, deformante. Ogni riflesso restituisce una colpa, ogni amore si trasforma in condanna. L’urlo finale non è liberatorio: è un abbraccio necessario, anche nel disprezzo.

“Ciò che resta di me” è un disco che non offre soluzioni, ma accompagna chi ascolta dentro una verità emotiva scomoda. E proprio per questo, necessaria.