Intervista ad Al Vox: “SognoSommerso” e la continua spinta a superare i propri limiti

“SognoSommerso” ha un titolo che è già un manifesto. Da dove nasce questa immagine del sogno come resistenza e non evasione?

È questo il punto, lo è, il gioco di parole inganna un titolo dove l’essere sommersi è una parte del sogno. Ogni vita, ha i suoi turbamenti e bisogna essere preparati, soprattutto oggi, perché non c’è più tempo di cadere o soffrire, bensì mixarli e farne una propria identità per continuare a riconoscere il senso, il bello e il meno delle cose.

Nel brano usi un linguaggio surreale, quasi visionario. Quanto contano letteratura e filosofia nella tua scrittura musicale?

In effetti questa è proprio una mia caratteristica che, però, viene da prima di studiare tali scienze. Fin da piccolissimo, ero un bambino si molto vivace, ma utilizzavo un linguaggio più adulto che imparavo dai miei genitori e nonni: in quella bella epoca in cui si era una grande famiglia. Mi ricordo infatti che una compagna di asilo mi disse “Pazienza, pazienza, parli come un vecchio”. Però amo tutte le scienze, studio molto, spesso anche di notte, proprio perché ho una continua spinta a superare i miei limiti e trovo tale testo che ho scritto talmente assurdo che forse vuole andare oltre la bellezza, anzi gioisce nel mio assurdo mondo.

In un periodo in cui la musica spesso privilegia l’immediatezza, tu scegli lentezza e minimalismo: una sfida o una necessità?

Non so mai cosa esca fuori ma ciò che compongo, in primis, è del tutto improvvisato, pertanto, si potrebbe dire “Ira dell’anima”?

La tua carriera attraversa generi e forme espressive diverse. Cosa rimane costante nel tuo modo di fare musica?

La tematica del rappresentare chi non si sente rappresentato, eppure posso dire che, tale brano, è il primo fatto che definisce, seppur mia previa consapevolezza che non tutti vogliono essere aiutati, anzi, negli ultimi anni, anteporre alcuni affetti di certa rilevanza a me, mi ha fatto crollare. Appunto sommerso eppure ora sono qua a sognare ancora e il testo lo definirei quasi una parodia di me.

Quanto c’è di autobiografico in “SognoSommerso” e quanto invece è osservazione generazionale?

Io credo parli dell’anima di tutti. Le due possibilità che possono essere uno e l’altro con stesso significato se gestite bene: ma questo sta e starà noi occuparcene. 

Quali artisti ti hanno ispirato in questo percorso psichedelico e introspettivo?

Sono milioni, ma credo di aver avuto da sempre un mio stile derivato che, chi mi conosce bene, riconosce sempre.

Cosa ti auguri che il pubblico porti con sé dopo l’ascolto del brano?

L’ho detto. Non c’è tempo per soffrire. Non c’è tempo in tutto. Bisogna veramente imparare la capacità di aspettarsi qualsiasi cosa, ma mai mollare, questa è la sfida. Ma come ogni mia canzone, innanzitutto, spero venga ascoltata, non sentita.