Eccolo “Free Hands” dei Melty Groove, uno di quei dischi che disegnano spazi, raccontano identità, mischiano forme, ritmi e anime con la stessa naturalezza con cui una mano libera disegna sulla carta. A mano libera sembra un monito, un manifesto, una direzione artistica che non prevede confini e geografie politiche. In questo primo album, uscito il 3 marzo 2025, il trio torinese si affaccia con grazia e carisma nel panorama musicale indipendente, mantenendo intatto quel gusto artigianale che ne è cifra e bandiera, dove il soul incontra il funk, l’R&B si sporca di gospel, il pop si rifrange nel rock. Il tutto a firma di Alice Costa (voce e basso), Edoardo Luparello (batteria) e Carlo Peluso (tastiere), insieme all’ingegnere del suono Simone Ferrero.

“Free Hands” è un titolo che sembra dire molto più di quanto sembri a prima vista. Dove finisce il gioco di parole e dove inizia il manifesto d’intenti?
Il gioco di parole è stato il punto di partenza, ma poi è diventato qualcosa di molto più profondo. “Free Hands” per noi è il simbolo di un modo di fare musica che parte dalla manualità, dal contatto diretto con gli strumenti, con le idee, con la materia grezza del suono. Vogliamo anche sentirci liberi di creare, senza doverci incasellare in un genere preciso o in un’estetica predominante. E questa è la nostra croce e delizia costante :)
Nel vostro album si respira un’urgenza di libertà, sia musicale che esistenziale. Cosa significa per voi “esprimersi senza paura”, a mano libera?
Significa avere il coraggio di non piacere a tutti. Viviamo in un’epoca in cui è facile lasciarsi condizionare dai numeri, dalle visualizzazioni, dalle mode. Per noi, suonare “a mano libera” è un atto di fiducia tra noi come musicisti e il pubblico. Non abbiamo paura di improvvisare sul palco, di proporre cover anche molto azzardate.
L’intero disco è nato con un approccio artigianale, dalla scrittura alla copertina. Un altro messaggio è proprio questo ritorno “all’artigianato” come istinto e veicolo di comunicazione e creazione? Come a dire: basta macchine?
(Edoardo) Si basta meccanismi per l’arte, specialmente digitali. Non siamo contro la tecnologia, anzi la usiamo con piacere quando serve. Ma crediamo che il valore di un progetto artistico stia anche nel suo “errore”, nella sua imperfezione umana. Anche la copertina, fatta a mano da Alice, è parte di questo racconto. In questo progetto dobbiamo menzionare Simone Ferrero, artigiano del suono.
E poi Faber… che in qualche modo avete fatto vostro. Qualche critica da parte dei puristi è arrivata?
(Alice) Qualcuna sì, ma ce l’aspettavamo, basta leggere i commenti su youtube. Quando tocchi un autore come De André, che è patrimonio collettivo, devi mettere in conto che ci sarà chi preferisce non vederlo “alterato”. Ma la maggior parte delle reazioni è stata positiva e in certi casi persino esageratamente buona. Addirittura la cover è stata ascoltata da alcuni musicisti che hanno lavorato con lui (Roberto Colombo, Ellade Bandini) e ci ha fatto molto onore. Per noi non è una cover, ma un dialogo con l’autore : abbiamo immaginato cosa sarebbe potuto succedere se Faber avesse continuato a sperimentare, a contaminare.








