
Iter è un viaggio sonoro intenso e stratificato all’interno delle contraddizioni della condizione umana contemporanea. Il disco affronta temi come la migrazione, la trasformazione interiore, l’alienazione sociale, il collasso ecologico e il senso di perdita, stratificando testi e sonorità in una narrazione coerente ma frammentaria, come il tempo che racconta.
I testi sono tratti e adattati da Viaticus, graphic poem scritto dal cantante insieme all’artista visivo Giacomo Della Maria, riplasmati per aderire a paesaggi sonori tesi, densi e visionari.
Abbiamo incontrato Calgolla e gli abbiamo fatto qualche domanda sul nuovo lavoro.
E’ uscito da qualche settimana Iter, il vostro nuovo album, un’opera complessa che sfugge a ogni definizione. Quanto è stato deliberato questo approccio “ibrido”?
Beh, abbastanza, diciamo che l’approccio ibrido è stato il punto di partenza, il nucleo del progetto, in quanto Calgolla era in origine il progetto solista/bedroom-producer del cantante e chitarrista Emanuele Calí e piano piano si sta trasformando in una band a tutti gli effetti. Così come il primo disco, anche il secondo nasce da idee spontanee raccolte negli anni, frutto di influenze raccolte negli anni con diverse formazioni musicali. Di tutte queste idee è stata poi fatta una selezione tra quelle più coerenti, sviluppando un’estetica e un suono che le armonizzasse dentro un unico contenitore, provando però a non snaturare l’idea di partenza, quella di frammenti a se stanti. Inoltre, l’estetica del progetto prova già di per sè ad unire il mondo della poesia a quello della musica rock, provando a metterci qualcosa di nostro e non ad inseguire direttamente i trend del momento nel nostro universo estetico.
L’album affronta temi come migrazione, alienazione, collasso ecologico, identità… Che tipo di sguardo volete offrire sulla condizione umana contemporanea?
Proviamo semplicemente a porci ad una certa distanza e a restituire un’immagine del momento che stiamo vivendo, con tutta la sua complessità, consapevoli che il nostro è solo un punto di vista, un piccolo contributo, che non può essere affatto esauriente, ed è influenzato da tanti fattori, come luogo geografico in cui siamo nati e cresciuti, la nostra cultura, le influenze che ci hanno segnato. In contrasto con la narrazione contemporanea, crediamo che la condizione umana essenzialmente sia molto simile da millenni, a cambiare sono le condizioni esterne: in questo momento storico crediamo che ad impattare maggiormente siano i grossi e rapidi cambiamenti tecnici e tecnologici e la forte tendenza alla globalizzazione, con tutto ciò che questi fenomeni comportano. Ci sono però degli aspetti che restano immutati, come la necessità delle guerre come strumento di risoluzione delle controversie tra i popoli, l’incapacità degli esseri umani (nella maggior parte dei casi) di guardare a sè stessi, prima di giudicare gli altri, per citare alcuni aspetti negativi. Dall’altro lato l’empatia e l’aiuto reciproco nelle situazioni di difficoltà (il potere delle comunità), il bisogno continuo di connessione e di scambio, il bisogno di ampliare i propri orizzonti e i propri limiti, per citare alcuni aspetti positivi. Insomma, non vogliamo dare un quadro estremamente negativo, ma provare a guardare da entrambi i lati. E’ quello che vediamo è che l’essere umano ha delle potenzialità latenti enormi, la possibilità di evolvere, ma, non conoscendo gli strumenti necessari, rimane come ingabbiato, e il suo potenziale rimane inespresso. Da ciò derivano tante frustrazioni, che non permettono una convivenza pacifica e costruttiva nella nostra società.
I testi dell’album sono tratti dal graphic poem “Viaticus” scritto da Emanuele Calì, cantante della band, insieme all’artista visivo Giacomo Della Maria, quali sono state le principali difficoltà nella fase di adattamento?
Non proprio tutti i testi, ma quasi, in altri casi, invece (ad esempio Erdelose Pflanze o Calm Waves), si è partito da delle idee musicali ed è stato scritto un testo ad hoc, in cui il ritmo del testo/poesia segue la ritmica del brano musicale. Sicuramente quest´ultima soluzione, di scrivere un testo ad hoc per un´idea musicale, é piú semplice rispetto a musicare una poesia giá scritta, per quanto ci riguarda. Poiché per noi é piú semplice adattare la metrica di un testo ad una musica, che viceversa. In molti casi, infatti, i testi presi da Viaticus sono stati adattati, leggermente cambiati, proprio per funzionare insieme alla musica, e questo ha rappresentato la difficoltá maggiore.
Chi si è occupato della parte musicale?
Sia per la musica, sia per i testi, il lavoro di composizione é stato svolto da Emanuele: i brani erano giá stati registrati in forma di demo, e questa demo é stata girata agli altri musicisti, a cui é stato chiesto di prendere queste composizioni come base e scrivere le proprie parti, farle proprie. A ció é seguita una fase collettiva di lavoro in studio, in cui sono stati aggiunti dei dettagli, fatti dei piccoli aggiustamenti alle strutture, si é lavorato sul suono prima di registrare il disco.
L’artwork dell’album invece è realizzato dagli allievi della scuola Parzival di Berlino che, se non sbaglio, è una scuola per bambini con esigenze speciali, come è nata questa collaborazione?
E´ nata un po´ casualmente da una conversazione con una collega di lavoro, il cui figlio frequentava la Parzival Schule di Berlino. Mentre parlavamo, ho notato una bellissima rana appesa alla parete accanto alla sua scrivania. Curioso, le chiedo da dove venisse, e lei mi risponde: “L’ha disegnata una allievo della classe di mio figlio qualche anno fa a scuola – ne hanno fatto un calendario”. Mentre davo un’occhiata ai disegni di quel calendario, che mi colpirono moltissimo, mi venne l’idea di usare i disegni di quel calendario come base per l’artwork del disco. Dopo aver chiesto a Manuela per il permesso lei mi disse che avrebbe parlato con gli insegnanti per chiedere il permesso e dopo averlo ottenuto, mi sono messo al lavoro per realizzare l’artwork, grazie anche alla collaborazione di Federico Poni.
Che ruolo ha la dimensione live nel vostro modo di fare musica?
Per noi é fondamentale, siamo una di quelle band che ama girare e dá alla dimensione live tanta importanza. Per esempio, in questo disco non abbiamo utilizzato i synth (molto presenti nel disco precedente), perché l’idea iniziale era quella di un disco esclusivamente per voce, 2 chitarre, basso e batteria. In questo senso siamo anche un po´ “old-school” nel senso che nel disco abbiamo usato con molta parsimonia le sovraincisioni in fase di produzione, per due motivi principali: primo, la nostra estetica prova ad essere minimalista, e in questo senso, proviamo a riprodurre in studio lo stesso approccio; secondo, nonostante l’album registrato sia sempre un’altra cosa, proviamo a riprodurre live un impatto altrettanto forte, troviamo molto triste quando un album suona fortissimo o super definito e poi dal vivo si ha un’impressione molto diversa.



