Dietro una domanda che pronunciamo quasi automaticamente ogni giorno, gli Oplà nascondono un universo di emozioni sospese, fragilità e verità mai del tutto confessate. Con il nuovo singolo Come va?, la band brianzola sceglie di raccontare quei rapporti che si consumano lentamente, in equilibrio tra abitudine e desiderio di cambiare, intrecciando un sound luminoso con un testo che lascia emergere tutta l’amarezza delle cose non dette.
In questa intervista gli Oplà approfondiscono la genesi del brano, il loro modo di scrivere fatto di immagini e metafore, il legame con la Brianza e le difficoltà di costruire oggi un percorso nella musica indipendente senza rinunciare alle proprie radici. Un dialogo che va oltre il singolo e riflette sul valore dell’autenticità, sul ruolo dei concerti e su quella ricerca di connessione che, alla fine, è il motivo per cui si continua a fare musica.

“Come va?” è una domanda che usiamo continuamente, spesso senza aspettarci una risposta sincera. Nel vostro singolo, invece, sembra trasformarsi in un invito a fermarsi e guardarsi dentro. Da dove nasce questa esigenza?
È un’esigenza nata dalla necessità di raccontare un rapporto logorato da una situazione di stallo irreversibile ma dalla quale si fatica ad uscire. Come va? è la più comoda delle domande retoriche che spesso nasconde una risposta ancora più scontata e tutt’altro che sincera, quindi può rappresentare al meglio la monotonia forzata delle circostanze vissute e le bugie raccontate a sé stessi per sfuggire dalla realtà.
Nel brano convivono leggerezza e una sottile inquietudine. Quanto vi interessa raccontare le fragilità quotidiane senza cadere nel melodramma, lasciando che siano la musica e le immagini a suggerire più che a spiegare?
Il racconto “velato”, non troppo diretto e nascosto dietro a immagini e metafore è uno stile molto predominante in ogni nostro testo e pensiamo che sia importante anche per poter estendere il significato a più possibili interpretazioni in base alle esperienze personali di ogni ascoltatore, cercando di trasmettere messaggi più generali e “universali” rispetto ai nostri vissuti individuali. Quindi sicuramente ci interessa suggerire tematiche e spunti di riflessione senza dover entrare troppo nello specifico o cadere nel banale, cercando poi di comunicare con la musica oltre che con le parole. Per quanto riguarda questo brano, è stato particolarmente semplice legare anche da un punto di vista sonoro un arrangiamento allegro e leggero a un testo apparentemente semplice e immediato ma in realtà molto amaro, come se anche la stessa musica volesse nascondere la difficile realtà e ballarci sopra fingendo che stia andando tutto per il meglio.
Venite dalla Brianza, un territorio che raramente viene raccontato nella musica quanto le grandi città. Che rapporto avete con la provincia? È un luogo che alimenta la vostra scrittura o vi è capitato di percepirla come un limite, soprattutto nelle opportunità di crescita musicale?
Come già ci è capitato di affermare, il posto dove viviamo è uno degli strumenti che più ha alimentato la nostra scrittura: ci sono alcuni luoghi che hanno rappresentato la principale fonte di ispirazione e che infatti compaiono nei nostri video e in alcune copertine. Il rapporto che abbiamo è quindi di grande attaccamento e gratitudine, poi se parliamo di crescita musicale il discorso è diverso perché purtroppo le opportunità si contano sulle dita di una mano e per questo motivo stiamo cercando occasioni di ogni tipo anche in altre zone. È però un discorso difficile che in ogni caso non si ferma solo al nostro territorio, perché purtroppo oggi la musica emergente non ha molti spazi per dire la sua. Noi diamo sempre la priorità al nostro percorso artistico e cerchiamo di tirare fuori il massimo da ogni possibilità.
Molte band sentono, prima o poi, la necessità di trasferirsi in città come Milano per costruire un percorso artistico. È una pressione che avete avvertito anche voi, oppure credete che oggi sia possibile sviluppare un progetto musicale solido rimanendo legati al proprio territorio?
La risposta si ricollega al discorso precedente: abbiamo sicuramente avvertito questa pressione e infatti abbiamo cercato, e tuttora cerchiamo, occasioni di crescita nelle province circostanti, soprattutto in città come Milano. Le opportunità, però, sono poche ovunque e quindi puntiamo a sfruttare al massimo tutte quelle che ci capitano, che siano vicine o lontane, cercando sempre nuovi contesti dove suonare dal vivo, nuovi agganci e conoscenze nel mondo della musica e anche modalità diverse di espansione, perché sappiamo ormai tutti il ruolo fondamentale che giocano, per esempio, i social nella crescita di un progetto.
“Come va?” sembra parlare anche della difficoltà di comunicare davvero con gli altri. Dopo l’uscita del singolo, qual è la risposta che vi ha colpito di più da parte di chi lo ha ascoltato? C’è stato un messaggio o un confronto che vi ha fatto capire di aver toccato qualcosa di condiviso?
Un confronto in particolare no, ma il riscontro principale arriva sempre dai live. Per questo pezzo, la soddisfazione più grande è vedere persone che, mentre ci ascoltano, ballano oppure imparano le parole e iniziano a cantare anche se non lo hanno mai sentito prima, così come ricevere i complimenti a fine concerto. Sapere di essere arrivati a qualcuno anche solo dal punto di vista musicale, che alla fine è il primo impatto emotivo ancora prima del testo, è tra le sensazioni più belle e appaganti, soprattutto dopo un’esibizione dal vivo.





