Con Universo, i Miosphere chiudono il percorso narrativo iniziato con Houston e sviluppato in Cape Canaveral, completando un racconto che utilizza lo spazio come metafora dell’esistenza. Un viaggio fatto di cadute, paure e ricerca di un’identità, in cui il cosmo diventa il luogo ideale per osservare con maggiore lucidità ciò che accade dentro e fuori di noi. In questa intervista la band riflette sul significato di questo capitolo conclusivo, sul valore dell’incertezza, sul difficile equilibrio tra sogni e realtà e sulla scelta di continuare a guardare al futuro con speranza.

Universo chiude idealmente un percorso iniziato con Houston e portato avanti fino a Cape Canaveral. Se guardate a queste uscite come a un unico racconto, qual è la domanda che vi siete portati dietro dall’inizio e a cui oggi sentite di aver trovato una risposta — o forse una nuova consapevolezza?
Houston e Cape Canaveral sono le due metà di un unico racconto. Un racconto che parla della vita attraverso un viaggio spaziale che ci dà la consapevolezza di esistere e di avere un’identità che ci appartiene, dove ogni membro del gruppo porta il suo essere.
Nel brano il vuoto non viene descritto come qualcosa da temere, ma come uno spazio in cui può nascere una nuova prospettiva. In una società che ci spinge continuamente a riempire ogni silenzio e a dare risposte immediate, quanto è stato importante per voi imparare a convivere con l’incertezza?
L’incertezza e la paura sono un deterrente che a volte ci può salvare da noi stessi, ma che allo stesso tempo, se non si impara a gestire, può soffocare e farci precipitare. Bisogna prendere fiato anche nei momenti più bui, per capire che anche le cose brutte fanno parte di un percorso che ci porta ad essere quello che siamo.
Le immagini cosmiche sono presenti nella vostra musica fin dagli esordi, ma in Universo sembrano assumere un significato ancora più esistenziale. Lo spazio per voi rappresenta una fuga dalla realtà oppure un modo per osservarla con maggiore lucidità?
A volte bisogna avere il coraggio di guardarsi da fuori per capire veramente chi siamo e dove stiamo andando. Guardare la Terra fuori dall’atmosfera ci permette di analizzare cosa ci stia accadendo intorno e avere il coraggio di esplorare l’universo è una presa di coscienza di chi siamo e di dove vogliamo andare, lontani dalla forza di gravità che a volte ci tiene così attaccati al terreno, tanto da schiacciarci.
Nella vostra storia c’è un continuo equilibrio tra sogno e quotidianità, tra il desiderio di guardare le stelle e la necessità di restare con i piedi per terra. Vi capita mai di pensare che diventare adulti significhi proprio imparare a negoziare tra queste due forze apparentemente opposte?
Guardare le stelle e voler brillare come loro e più di loro. Ma le stelle sono incollate alla volta celeste e finiscono per implodere. Forse è ciò che accade a noi. La continua rincorsa per essere la stella più bella, la più luminosa per poi oscurare le cose più importanti, quelle che contano. Questa corsa alla maturità, all’età adulta, per poi accorgersi di aver perso quel bambino onesto e sincero che eravamo tanto tempo fa. L’importante è trovare l’equilibrio per essere la migliore versione possibile di quel bambino.
Oggi molti artisti raccontano il disagio generazionale attraverso il disincanto o la rabbia. In Universo, invece, sembra emergere una forma di speranza che non nega la paura ma la attraversa. Pensate che, nel panorama attuale, scegliere di continuare a credere nelle possibilità del futuro sia diventato quasi un atto controcorrente?
Controcorrente sempre e comunque, ma con semplicità. Siamo marinai dello spazio. Nelle nostre canzoni parliamo delle stelle e dell’amore, quello che ferisce e sa far male, ma è pur sempre quell’amore, di qualunque tipo sia, che ci tiene vivi e ci dà la forza di brillare ancora.




