Tra cantautorato e dissolvenze: la scrittura liquida di Vago
È uscito il nuovo EP del cantautore Vago, Balordi mari, un lavoro che affronta il tema dell’instabilità emotiva attraverso quattro brani costruiti come variazioni sullo stesso paesaggio sonoro. Il mare, nelle sue diverse declinazioni, diventa elemento strutturale e metafora di un linguaggio musicale che rifiuta la fissità.
La scrittura si fonda su un equilibrio tra componente acustica e innesti elettronici, con la chitarra come elemento portante e una progressiva espansione verso territori più stratificati. Non mi dire apre il progetto come nucleo originario, sviluppato attraverso una crescita graduale che trasforma la ballata iniziale in un organismo sonoro complesso, senza perdere la centralità della voce e della melodia.
Il lavoro di produzione, curato da Paolo Mauri, si distingue per una gestione del suono orientata alla materia più che alla definizione: gli strumenti non vengono mai completamente fissati in una forma stabile, ma lasciati in uno stato di continua ridefinizione. Questo approccio rafforza l’idea di un EP costruito su processi più che su risultati.
Per dispetto al mare rappresenta il momento di maggiore discontinuità del progetto. La forma canzone viene sospesa a favore di una costruzione per frammenti, in cui la narrazione si sviluppa come sequenza di immagini sonore. L’intervento elettronico di Nicòl introduce una dimensione di transito, che separa e al tempo stesso collega le diverse sezioni del brano, accentuandone il carattere discontinuo.
Con Le profondità la scrittura si apre a una dimensione più ampia e corale, in cui la tensione verso l’ignoto si traduce in un movimento armonico costante, privo di punti di arresto netti. La chiusura affidata a Vago porta il discorso su un piano dichiaratamente identitario, ma senza risolvere le tensioni accumulate: il brano funziona come dichiarazione aperta, più che come conclusione.
Nel complesso, Balordi mari si colloca in un’area di cantautorato contemporaneo che utilizza la forma canzone come spazio elastico, continuamente deformato da esigenze narrative ed espressive.








