Dopo anni trascorsi a costruire un universo sonoro sospeso tra dream pop, shoegaze e suggestioni cinematografiche, i Lunar Bird aprono un nuovo capitolo del proprio percorso artistico. Con “Sinderesi”, il duo sceglie per la prima volta di esprimersi in italiano, un passaggio che non rappresenta una rottura con il passato ma l’evoluzione naturale di una ricerca iniziata tra l’Italia e il Galles, tra influenze internazionali e un profondo legame con la tradizione cantautorale del nostro Paese. Ne abbiamo parlato con la band, ripercorrendo le origini di questa scelta, il rapporto tra immagini e musica, il significato dei nuovi brani e una carriera che li ha portati a essere apprezzati tanto dalla stampa italiana quanto da realtà prestigiose come BBC Radio Wales.

«Sinderesi»: il primo passo verso una sintesi più completa
Con “Sinderesi” avete scelto per la prima volta di scrivere e pubblicare un brano in italiano: cosa vi ha portato a fare questo passo proprio adesso, dopo anni passati a costruire un immaginario musicale prevalentemente in inglese?
In realtà non abbiamo mai vissuto l’inglese come una scelta prestabilita. È stata semplicemente la lingua che si è intrecciata in modo spontaneo con i nostri riferimenti musicali, cresciuti soprattutto tra shoegaze, dream pop, post-punk e tutta una serie di influenze provenienti dal Regno Unito e dagli Stati Uniti. Anche gli anni trascorsi in Galles hanno contribuito a rafforzare questo legame, non solo dal punto di vista linguistico ma soprattutto per l’approccio alla musica, molto libero e fortemente legato alla cultura DIY.
Parallelamente, però, abbiamo sempre coltivato un profondo amore per la musica italiana. Artisti come Battiato, Battisti, Carella o Vanoni fanno parte del nostro bagaglio culturale tanto quanto le band internazionali che ci hanno formati. Con “Sinderesi” abbiamo sentito che era arrivato il momento giusto per lasciare emergere questo aspetto in maniera più diretta.
Più che una svolta, lo viviamo come un ampliamento del nostro linguaggio espressivo. L’italiano ci ha permesso di esplorare nuove sfumature senza rinunciare a ciò che siamo stati finora. In questo senso, “Sinderesi” rappresenta un primo passo verso una sintesi più completa delle diverse anime che convivono da sempre nella nostra musica.
Quando immagini e musica nascono insieme
La vostra musica è sempre sospesa tra dimensione emotiva e costruzione visiva, anche grazie al lavoro artistico di Eliseo: quando nasce un brano dei Lunar Bird, arrivano prima le immagini o il suono?
Probabilmente la risposta è che, nei Lunar Bird, immagini e musica nascono quasi sempre insieme. Oscar ha una sensibilità fortemente visiva e spesso le sue idee prendono forma a partire da paesaggi interiori, immagini che poi diventano testi. Io, al contrario, parto quasi sempre dal suono: da una progressione armonica, da una suggestione del mio Prophet, da una sensazione difficile da spiegare a parole.
Questa differenza di approccio è diventata negli anni uno degli elementi fondanti e più interessanti del progetto e ci ha permesso di esplorarlo attraverso linguaggi diversi ma complementari.
Tra Italia e Galles, senza appartenenze rigide
Vivete da anni tra radici italiane e formazione artistica in Galles: quanto questa doppia appartenenza ha influenzato il vostro modo di intendere il dream pop e di costruire un’identità che non sembra legata a una scena precisa?
Vivere tra contesti diversi è stato uno stimolo ulteriore a non lasciarci ingabbiare troppo da etichette o appartenenze rigide. Abbiamo sempre visto la musica come uno spazio aperto in cui poter mettere in dialogo influenze differenti, senza preoccuparci troppo di aderire a una scena specifica.
Il dream pop è sicuramente una componente importante del nostro linguaggio, ma è solo una delle tante. Nel nostro percorso convivono influenze che arrivano dalla psichedelia, dalla new wave, dal post-punk, dalla musica d’autore e da molti altri mondi che nel tempo hanno contribuito a formarci.
Forse proprio per questo non abbiamo mai avuto paura di apparire incoerenti o di non essere immediatamente classificabili. Anzi, abbiamo sempre abbracciato questa dimensione con naturalezza. Quello che ci interessa davvero non è la coerenza stilistica fine a sé stessa, ma riuscire a mantenere riconoscibile la nostra identità. Se quella rimane chiara, allora ci sentiamo liberi di scegliere di volta in volta gli strumenti, i suoni e i linguaggi che meglio servono ciò che vogliamo esprimere in quel momento.
Dalla fuga all’accettazione delle fragilità
In lavori come “The Birthday Party” e nei nuovi brani torna spesso una sensazione di alienazione, memoria e mondi interiori: sentite che oggi state raccontando le stesse inquietudini da una prospettiva diversa oppure è cambiato proprio il vostro modo di osservare voi stessi?
Credo che le inquietudini di fondo siano rimaste in gran parte le stesse, ma che sia cambiato il modo in cui le osserviamo e le raccontiamo. In The Birthday Party, l’alienazione e il senso di smarrimento portavano le Creature a rifugiarsi in fantasie cosmiche, in relazioni fugaci e tossiche, reali o immaginate, oppure nel dolore di non sentirsi comprese nemmeno da chi è più vicino, fino al senso di non riuscire a trovare il proprio posto nel mondo.
In Whatever Time We Have Left quelle stesse domande sono ancora presenti, ma vengono affrontate da una prospettiva diversa. Forse sarà semplicemente una questione di età, ma oggi ci sentiamo meno attratti dall’idea della fuga e più interessati alla possibilità di convivere con le nostre fragilità.
Il tempo che abbiamo a disposizione è limitato e prezioso e, proprio per questo, merita di essere vissuto fino in fondo con coraggio. Qualunque sia il tempo che ci resta, qualunque siano le scelte che compiremo, le relazioni che decideremo di intraprendere o la persona che sceglieremo di diventare, il tempo che ci è dato ci chiede di non arrenderci. Di rialzarci anche quando vorremmo “solo dormire”, accettando le nostre contraddizioni.
La forma definitiva di una canzone
Le vostre produzioni hanno sempre mantenuto un equilibrio particolare tra eleganza sonora e fragilità emotiva. Quando lavorate agli arrangiamenti, come capite che un brano ha trovato la sua forma definitiva senza perdere quella componente istintiva e vulnerabile?
Prima di tutto grazie!
È una domanda interessante. Non è mai facile capire quando un brano abbia trovato la sua forma definitiva. In passato ci è persino capitato di riascoltare un pezzo mesi dopo la pubblicazione e ripensare a una scelta fatta in fase di arrangiamento.
Siamo entrambi molto pignoli – chi lavora con noi lo sa bene, perdonaci Gethin! – quindi è naturale esplorare forme, arrangiamenti e soluzioni diverse prima di arrivare alla chiusura di un brano. Però a un certo punto bisogna pur arrendersi all’idea che una canzone è la fotografia di un preciso momento della tua crescita artistica.
Forse è proprio questo che permette a un brano di conservare la sua componente più istintiva e vulnerabile. Poi, per fortuna, arriva la fase della registrazione e del mix che ti costringe a chiudere il pezzo e a lasciarlo andare.
Una lingua nuova, lo stesso entusiasmo
Avete ricevuto attenzione sia dalla stampa italiana sia da realtà come BBC Radio Wales, oltre ad aver portato il progetto in tour nel Regno Unito: c’è una differenza nel modo in cui il pubblico inglese e quello italiano entrano in contatto con la vostra musica?
In realtà, con “Sinderesi”, il nostro primo brano in italiano appena pubblicato, è ancora troppo presto per capire come verrà recepito dal pubblico italiano questo nostro esperimento.
Di sicuro per noi è un passo molto importante e anche piuttosto emozionante. Dopo tanti anni passati a scrivere in inglese, pubblicare un brano in italiano ci espone in modo diverso e ci permette di esplorare un’altra parte della nostra identità artistica: giocare più liberamente con le parole, confrontarci con una musicalità differente e sperimentare nuove soluzioni metriche e narrative.
Quello che ci sta colpendo finora è che l’entusiasmo non arriva soltanto dall’Italia. Anche chi ci segue dall’estero sta reagendo con grande calore e partecipazione, nonostante la barriera linguistica, e questa è una delle sorprese più belle di questi primi giorni.
Siamo molto curiosi di vedere dove ci porterà questa scelta. Di certo, per noi rappresenta una sfida creativa che sta già stimolando moltissimo la nostra scrittura.





