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Come avete scelto il nome OCTOPUSS?

Ci è sembrato da subito il nome perfetto per noi: è un nome semplice, che capiscono dappertutto, ci piace a livello grafico e ce ne piace il suono. Il significato che rimanda ad un animale “musicale” tentacolare che ti avvolge con la sua musica era quello che volevamo esprimere, e l’idea di farlo muovere spandendo i suoi tentacoli in tutte le direzioni era il nostro piano: portare la nostra la nostra musica oltre i confini italiani fino in capo al mondo!

Per i primi tempi il nome della band era “Octopus” – con una sola “s” – mancava però qualcosa leggendolo. La doppia “ss” aggiunge identità e un poco di malizia nel doppio senso.

Avete avuto un grande successo in Asia, specialmente in Cina, com’è stato lasciare casa per andare a conquistare dei posti così lontani?

Lasciare casa per andare alla ricerca di nuovi luoghi, culture diverse e, soprattutto, per incontrare persone sempre nuove, con storie meravigliose da raccontare, è stata proprio la ragione per cui abbiamo formato la band.

Chi è l’elemento che trascina gli altri, sul palco e nelle decisioni della band?

Lo show che proponiamo nei nostri concerti è diventato, perfezionandoci nel tempo, un’alternanza molto bilanciata delle nostre tre personalità, in cui tutti troviamo grande spazio per esprimerci e per, a turno, trascinare gli altri due. Le decisioni riguardanti la band, in quanto troppo gravose per noi, vengono recentemente prese da quelli di QAnon.

In questi anni avete imparato un po’ di cinese?

Reepo ha registrato e addirittura cantato alla televisione cinese (CCTV-5), davanti a cinquanta milioni di spettatori, un brano con il ritornello in cinese.

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Purtoppo durante le interviste pre e post esibizione parlava, tradotto simultaneamente, in inglese. Quindi non ha potuto sfoggiare il cinese che solitamente usiamo durante i concerti (per prendere confidenza con il pubblico), fatto principalmente di parole forti, intraducibili e, comunque sia, irripetibili.

Quante date aveva il vostro tour più lungo?

Sicuramente i tour asiatici sono quelli che hanno previsto itinerari e durate più lunghe. Nel 2016, quando abbiamo ritenuto fosse necessario spingere al massimo per consolidare la nostra posizione in Cina, ne abbiamo fatti un paio che prevedevano circa una data al giorno per più di 30 giorni di fila, con distanze importanti da coprire tra un concerto e l’altro: molto gratificante e molto stancante allo stesso tempo.

oct 02

Miami Airport e Lemon Kiss anticipano l’uscita del vostro album: cosa dobbiamo aspettarci?

A Nut For A Jar Of Tuna è un album che racconta molto di noi.

Inoltre ha diverse chiavi di lettura. Tanto per cominciare già il titolo dell’album lo si può leggere sia da destra che da sinistra, è un palindromo.

Com’è stato registrare negli SHANGRI-LA Studios, che sono tra gli studi più famosi al mondo?

La cosa di cui siamo più orgogliosi è il percorso fatto di viaggi, investimenti su noi stessi e tanti, tanti, tanti concerti, che ci ha portati a registrare a Los Angeles, con il grande supporto di un produttore esperto come Gary Miller.

Incidere negli SHANGRI-LA Studios è un’esperienza importante che va ad aggiungersi a tutte le altre fatte. Anche in studi meno rinomati, con lo stesso ottimo gioco di squadra e la stessa voglia di dare il massimo, è possibile fare un buon lavoro.

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Quali sono i prossimi passi?

Seguire al meglio l’uscita dell’album e riprendere a fare concerti, anche in Italia, il prima possibile.

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