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Intervista con Pietro Gandetto dopo il primo EP Come in un film

Qual è stato il momento in cui hai capito che era ora di dar vita al tuo progetto musicale?

È stato un po’ di anni fa a The Voice of Italy. Francesco Renga mi ha aperto gli occhi sulle potenzialità della mia voce e li ho capito che le cover non bastavano più, che volevo esprimermi con maggior libertà. Così ho iniziato a scrivere i miei brani prima come autore poi anche come compositore delle musiche. È stata una liberazione perché creare un proprio sound, un proprio stile nei testi e nella melodia è una bellissima opportunità che ogni artista dovrebbe cercare di sperimentare. Se hai i tuoi brani puoi creare un tuo mondo.. e poi comunque è stata un’esigenza più che un obiettivo.

Come senti di essere evoluto da quando ti sei avvicinato alla musica ad oggi?

Mi sono avvicinato alla musica a sei anni, cantavo e suonavo già allora quindi mi sono evoluto tantissimo. Ho iniziato studiando musica classica e i miei ascolti erano molto diversi. Ora per esempio ascolto molto gli americani che hanno produzioni molto asciutte, arrangiamenti con un sound molto internazionale che mette in risalto la voce. Ci si evolve se si ha consapevolezza di dove si vuole andare. Io credo che l’artista debba sempre sperimentare, uscire dalla comfort zone e cercare un proprio mondo sonoro da proporre al pubblico, senno sai che noia fare sempre le stesse cose.

In che modo l’EP “Come in un film” ti rappresenta?

Mi rappresenta per quello che sono oggi. Più che seguire un genere volevo creare un’identità di suono. La musica per me è una forma di comunicazione e a volte mi viene più facile dire una cosa con una canzone che a parole. Come in un film è frutto di quello che sono oggi, dei miei ascolti, dei miei gusti musicali, delle mie esperienze di vita. Negli ultimi anni mi sono molto sganciato dai modelli musicali che avevo e questo EP rappresenta un po’ una svolta.

C’è un filo conduttore che unisce i brani, sia a livello di sonorità che di tematica?

Il fil rouge di questo EP è un suono un po’ anni 80 con un tocco francese forse. Abbiamo usato delle chitarre acustiche molto wet, delle batterie invece molto secche, synth, etc… come sonorità il mondo è quello. A livello di tematiche parlo delle relazioni che sono uno degli ambiti credo dalla pandemia e dal periodo storico che viviamo. Quindi ho parlato di fenomeni come il ghosting, l’orbiting, che a volte subiamo e avolte facciamo. Parlo di ambiente e di #climatechange, perché è uno dei temi che mi stanno più a cuore. E parlo anche di un certo modo di prendere la vita con leggerezza e ironia, quella non deve mai mancare.

Che musica stai ascoltando in questo periodo?

Di italiani seguo molto Franco126, Brunori Sas e Mobrici. Sono dei poeti e i loro testi mi piacciono molto. A parte loro, nella musica italiana non ascolto granché. Fra gli artisti stranieri amo molto Julia Michaels, CXloe, Lauv, Fischbach, sono cantanti che fanno un uso pazzesco della voce e delle cellule ritmiche, usano la voce come uno strumento, come avveniva una volta nella musica classica.  Alla fine cambiano gli stili musicali in base alle epoche, ma le regole della musica sono sempre le stesse… Poi Benn Platt, Griff, Finneas, sono artisti pazzeschi che in Italia si ascoltano poco ma sono una fonte di ispirazione enorme.

C’è un artista con cui vorresti condividere il palco?

Diciamo che cantare con Celine Dion non sarebbe male. Però mi “accontenterei” di condividere il palco con Franco126 o Francesca Michielin, due artisti che stimo moltissimo!

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Roberto

Appassionato di Musica, mi piace ascoltare i brani degli artisti emergenti e condividerli con il pubblico.

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