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intervista a Kolé dopo il suo disco di debutto

Dopo l’esordio con “Your Mouth”, e il successivo singolo “Red Fruits” torna l’atipica cantautrice romana classe 1993 che si lascia influenzare da Radiohead e Portishead, Moltheni e Afterhours, ma anche da Quantic Soul Orchestra e Fela Kuti. Un mix unico che ci porta nel territorio inesplorato all’interno di un esperimento sussurrato ed elegantissimo tra trip hop, funk e nu soul. “Kolé” è il suo disco di debutto.

Ecco cosa ci ha raccontato Kolé nell’intervista

Credi sia vero quello che si dice, che esistono più ascoltatori che musica da ascoltare?

In parte sì: se tutti coloro che ascoltano musica, anche distrattamente, la producessero, saremmo tutti musicisti, più o meno bravi. Quindi direi che sì, in percentuale credo siano di più i fruitori. Se dobbiamo però considerare ogni singola traccia esistente al mondo, probabilmente il risultato sarebbe invertito dato che ogni album in media consta di 12 pezzi e potenzialmente esistono più tracce che esseri umani. La musica è tanta, anche le orecchie.

Tu invece che tipo di ascoltatrice sei? Brani singoli e playlist oppure album interi? E su che piattaforma? Sei attento alle nuove uscite?

Di solito parto da un singolo, che ascolto o per caso in radio o su altri dispositivi, poi se mi ha colpito particolarmente approfondisco andando alla ricerca dell’album, solitamente su spotify o youtube. Seguo poco le nuove uscite, devo ammetterlo, a meno che non siano quelle di artisti che già so essere di mio gradimento.

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Cosa vorresti che arrivasse a chi ascolta il tuo primo disco Kolè?

Che non è sempre necessario scendere a compromessi frustranti pur di farsi piano piano largo sul mercato. Purtroppo l’economia permea ogni aspetto della vita, anche il più sacro, come la musica, e proprio per questo secondo me è necessario mantenersi integri nell’originalità e nelle intenzioni delle proprie produzioni. Spero che la commistione di generi contenuta nel’EP, fortemente sperimentale, colpisca proprio per il suo carattere eccentrico.

Qual è il filo conduttore che collega tutti i tuoi brani?

È un filo definito soprattutto dal genere da destinare ai singoli brani, e quindi dalla spontaneità con cui vanno a posizionarsi nel funk nel soul o nell’elettronica. Un altro elemento che sicuramente li tiene uniti sono i testi, parlano bene o male sempre di vissuti personali o riflessioni più generali a cui ho cercato di dare forma scritta.

Chi sei quando non hai a che fare con la musica?

Ho studiato filosofia, cerco di dedicarmi a questo concretizzando le mie aspirazioni lavorative.