October 25, 2021
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Uscito venerdì 14 giugno 2021 su tutte le piattaforme digitali e in formato vinile , l’ultimo di .

Un e importante capitolo per l’alter ego di Davide Burattin, dal 1994 compositore e designer grafico in continuo movimento tra Italia, UK e Giappone.

Immergetevi in un progetto stratificato e complesso le cui influenze vanno dal kraut-rock al folk, per una narrazione musicale e una visione di un futuro che la generazione X ha spesso immaginato e che non si è mai avverata.

Ecco cosa ci ha raccontato nell’intervista

Qual è il problema della generazione X che volevi sollevare?

Che la generazione Boomer e X sono state cresciute nella totale illusione di un futuro promesso per “diritto divino”. Ma si sa, il futuro poi ha preso direzioni totalmente inaspettate. Si soffre allora di una strana nostalgia per una realtà immaginata a lungo ma non avverata. Questo forse vale anche per le generazioni più recenti, che magari sembrano già adattate essendoci nate in questa realtà, ma di base mi pare una condizione comune a tutti. Come figli dei figli del boom, era più che lecito per noi aspettarci un domani più “umano”, più focalizzato su quello di cui abbiamo bisogno e meno su quello che vogliamo. Invece si sa che raramente queste due esigenze coincidono, essendo l’una tendenzialmente più spirituale e l’altra più materiale, quindi facilmente controllabile e “vendibile”. Qualcosa è stato tradito a livello sociale, qui in occidente, e quindi non ci rimane che ricercare riferimenti all’interno di noi stessi, con tutte le complicazioni che ne derivano, e in questo la pandemia ha aiutato a dare una bella spinta devastante.
Lo si vede anche nella : la musica da aggregante sociale e colonna sonora per l’azione concreta, pare essere diventata, negli ultimi anni, un’isola di pace interiore nella quale lasciarsi andare e fuggire dal mondo.

Cos’è cambiato nel mercato musicale dal 1994, anno in cui hai iniziato?

Un po’ ti ho già risposto nella domanda precedente. La musica mainstream, è a mio avviso è in un serio stato schizofrenico bipolare, dove in generale si crede di fare arte ma in realtà ci si trova a puntare esclusivamente al successo di vendita (“stiamo facendo la hit” è la frase di questo ventennio), dove si crede di essere tecnicamente mirabolanti quando la normalità è il minimalismo, ma non quello “buono” a la Philip Glass per intenderci, piuttosto un “nullismo”, una “pigrizia” generale che produce ripetizione standardizzata, e spesso banale, alimentata anche dai ritmi folli produttivi del mercato digitale.
Si confondono continuamente “spettacolo” con “musica”, “arte” con “prodotto”, “bella produzione” per “bella musica” e tante volte, troppe volte, a causa appunto di una incapacità di un ascolto critico e eterogeneo, si finisce a reinventare di continuo la ruota. Ho l’impressione che non si avanzi più di tanto. La Musica è cultura, al pari di letteratura, cinema, ecc. Quindi fare musica senza un programma per una vera rivoluzione di pensiero da attuare, senza i fondamenti tecnici e spirituali, e senza conoscere molto bene (e saper ascoltare) ciò che si è già fatto in passato per re-immaginare un futuro diverso, diventa abbastanza imbarazzante. Poi però per fortuna oltre il mainstream, oltre le playlist sponsorizzate, oltre i filtri manageriali, si intravedono bagliori di accecante bellezza, nelle piccole produzioni indipendenti, ovunque nel mondo, che però purtroppo in questo mare di informazioni e fondamentalmente di grandissimo “rumore di fondo”, senza un supporto economico quindi promozionale, restano spesso ignorate. Consiglio di essere curiosi e di cercare sempre quello che “il negoziante non mette sullo scaffale delle novità”. Può rivelarsi una fatica immane ma si possono avere belle soddisfazioni. Su questo sono molto fiducioso.

Come si concilia il tuo progetto musicale con il tuo lavoro con Londonacoustics.com?

Ho cominciato a fare plugin perché non trovavo il suono adatto “In The Box” che avevo in mente per questo vinile. E non credo che smetterò a breve, da soddisfazioni e fa incontrare gente interessante dall’altra parte della barricata della musica, quella tecnica e tecnologica. Fare musica invece è per me un fatto fisiologico più che carrieristico/economico. Tra qualche tempo quindi, come dal niente, mi verrà di nuovo urgenza di fare e dire qualcosa. E ripartirà tutto il “carrozzone”. Funziona così.

Ti definisci un producer? Chi è un producer secondo te?

Innanzitutto credo che esista una differenza tra la figura storica del produttore (per esempio George Martin per i Beatles) e il producer come lo intendiamo adesso (mi viene in mente così al volo Kanye West per la Black Music americana). Il primo tipo era molto preparato tecnicamente, nella teoria musicale intendo, e completamente al servizio dell’artista che arrivava con un progetto, faceva del “mastering compositivo”, abbastanza trasparente e rispettoso, per rendere tale progetto funzionale e professionale. Una volta creato il mix spariva dalla filiera decisionale.
Il producer contemporaneo invece ha una grande capacità tecnica pratica, un istinto esperienziale per “quello che suona giusto” nel contesto immediato, e lavora in genere dalla A alla Z per rendere reale un’idea, una bozza, che ancora progetto non è. La differenza è quindi, a mio parere, che adesso la produzione musicale ha una più forte impronta del producer, forse maggiore di quella dell’artista stesso, nel bene e nel male. Anzi sempre più spesso gli artisti arrivano da lui con un testo e una melodia. Il producer li trasforma in prodotto finito, e addirittura, la maggior parte delle volte, si scopre che è il direttore artistico della stessa casa discografica, e forse qui sta il pericolo più grosso. Insomma a causa di questa propensione a “firmare” tutto in modo evidente, il suono diventa tutto molto prevedibile e uniformato anche tra diversi artisti e generi prodotti dallo stesso. Dunque no, non mi ritengo un producer. A dire il vero in progetto ci sarebbe un artista inglese che mi ha chiesto di produrre il suo prossimo lavoro, ma ancora non sì è avviato niente di concreto, magari poi te lo saprò dire meglio. Sono più a mio agio, quindi, a definirmi compositore e musicista di musica elettronica.

Quali attrezzature hai utilizzato per comporre Memories from a distant future?

Sembrerà banale, ma per mixare ho usato solo plugin London Acoustics, basati su tecnologia di campionamento di macchine reali su licenza di quell’italianissima eccellenza che è Acustica Audio. Per registrare ho usato diversi sistemi nel tempo (poiché alcune tracce risalgono addirittura al 2013), ma ti posso dire che, elencando a caso quello che mi verrà in mente, di recente mi sono stabilizzato su una RME ADI2 Pro come convertitori e su un preamplificatore microfonico realizzato su mie richieste specifiche da un caro amico che purtroppo adesso non c’è più, che di solito progettava cose esoteriche audiophile. Monitor Tannoy, cuffie Beyerdinamics e solo di recente Audeze.
Chitarre elettriche e basso rigorosamente Fender, abbastanza vintage ormai. Batterie: tutte librerie di singoli campioni e suonate con pad o programmate. Sintetizzatori… parecchi in questo lavoro… la fa da padrone lo Yamaha TX-7, ma ci sono anche Korg DS-8, sempre a generazione sonora FM, Roland Juno 60, JX-3P e JX-8P, Crumar DS-2, Muron Plant Aelita (un magnifico synth analogico semisconosciuto russo anni ’80), e vari soft synth su Cubase Pro. Vabbè magari sto tediando…

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