Pierfrancesco Nannoni: “La matematica dell’anima”, introspezione e poesia per un mondo in crisi

Pierfrancesco Nannoni torna con un nuovo lavoro discografico dal titolo “La matematica dell’anima”, uscito lo scorso 30 novembre. Un EP che si presenta come un viaggio interiore nelle contraddizioni del sé e nella complessità di un’epoca frammentata. Cinque tracce attraversano i temi della consapevolezza, dell’alienazione sociale, del legame con la natura e con la propria interiorità, mantenendo sempre un linguaggio lirico e simbolico. Un pop d’autore che spesso si concede anche il lusso della recitazione, della parola “meno cantata”… quei solidi presupposti di un’opera che guarda in profondità, restituendo al linguaggio musicale il compito di esplorare l’animo umano in tutte le sue sfaccettature.

Nannoni cover

Scrivi musica per raccontare quel punto in cui il sentire diventa visione. Ti succede mai che una canzone ti dica qualcosa che ancora non sapevi di sapere?
Bellissima domanda. Ti risponderei “scrivendo, si scrive”, in genere scrivo di getto, le parole arrivano da sole, però mi è capitato a volte di interpretare a posteriori un testo che avevo scritto cogliendo così significati diversi. I flussi creativi quando arrivano non ti danno tempo, per questo nel telefono registro note e vocali per fermare un testo o una melodia. E se arrivano è perché attraversi un momento particolare, in cui le emozioni sono focalizzate su qualcosa che non sai spiegarti come a dire che fino a che non le concretizzi in un testo o una musica non puoi tu stesso comprenderle.

In “Stella marina” celebri la Terra come se fosse un essere vivente, fragile e necessario. Oggi dimostriamo indifferenza all’ambiente… e tu come ti rapporti a tutto questo? E a questa indifferenza?
Proviamo a vederla così: la Terra è un essere vivente ben organizzato dove al suo interno grazie a un equilibrio naturale frutto di miliardi di anni di maturazione, si è sviluppata la vita. La Terra permette non solo la vita biologica ma anche quella “emotiva”: in altre parole viviamo i nostri sentimenti, le nostre passioni, il nostro passato, presente e futuro grazie a lei. Mi riallaccio all’aspetto dell’indifferenza: essere indifferenti verso la Terra vuol dire essere indifferenti aver perso il contatto con la propria identità naturale, una identità terreste. Le cause a mio avviso sono molteplici, tra cui sicuramente il virtuale, e le conseguenze di questa lontananza penso si vedano chiaramente nel declino socioculturale oltre che forse nelle tragedie che vediamo quotidianamente.

Le tue composizioni nascono spesso da un lungo tempo di maturazione. Quanto spazio lasci al silenzio nel tuo processo creativo?
Cerco il silenzio molto spesso. Per me è un mezzo fondamentale – ma non l’unico – con cui possono emergere quei sentimenti latenti, quelli che si generano un po’ per volta nell’esperienza di ogni giorno, e che aspettano il momento giusto per venire alla luce, in note o versi.

La tua musica sembra sempre parlare a qualcosa di profondo, che ci accomuna. Ma cosa resta, secondo te, dell’umano, quando togliamo tutte le maschere della quotidianità?
Bella domanda anche questa. Credo che possa riemerger di noi quel modo di essere di quando siamo bambini, quella scintilla che comunque non ci abbandona mai anche se nella quotidianità della vita adulta tutto sembra oramai dimenticato; non per tornare bambini, ma per riscoprire quel fil rouge che ci porta all’essenza e alla impermanenza delle cose.

Scienza o umanità? Il rigore di una matematica o le sfumature dell’anima? Insomma: che risposta ti sei dato?
Credo che la Scienza in assoluto valga come nostra concettualizzazione di fenomeni che tentiamo di spiegare o governare, una concettualizzazione che produce risultati che desideriamo solo noi umani. L’Universo funziona lo stesso anche senza la nostra Scienza, così come la natura farebbe volentieri a meno di tante delle nostre scoperte. L’anima penso che possa condividere pienamente questo pensiero.

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