La delicatezza di chi sa “scrivere canzoni con la chitarra in braccio”. Lui che da anni si è messo “in viaggio per il mondo” e mai come in questo disco dimostra che “spostare la propria linea d’ombra”, oltrepassare la propria zona di confort per misurarsi con l’altro, non significa trasgredire a se stessi ma anzi accoglierlo e farci pace. Non può stupire dunque trovare un brano dal titolo “Linea d’Ombra” e qui il romanzo che cita è presto detto. La delicatezza dicevamo: il nuovo disco di Ivan Francesco Ballerini è un concentrato di semplicità e delicatezza, che possiamo misurare subito dalla prima traccia che è una sorta di intro che ritroveremo poi a chiusa del disco. Ma una sorta di volo a planare è tutto questo disco che non svetta mai dentro dinamiche che rompono quel docile cammino che un cantautore come lui ci aiuta a consumare con attenzione e intelligenza. Belli tutti i ricami di chitarra acustica che in brani come “Tra le dita” (nella intro intendo) sembrano anche avere del barocco, dell’antico, del favolistico. Solide le sezioni di drumming che fanno quadrato sul tutto e coccolano il resto dei suoni acustici e proprio nello sviluppo di questo brano appena citato ne abbiamo un valido esempio.
Invece, nonostante la morbidezza di un approccio molto italiano, molto evocativo, molto francese anche, non mi sarei troppo atteso l’America del folk e un brano come “Sulle pietre del mondo”, al mio ascolto sia chiaro, sembra l’ennesimo balzo oltre la propria zona di confort: musicalmente è un fuoripista notevole ma il tutto non smentisce ne distorce l’immagine e la scrittura di Ballerini. Coerente nonostante vestito di un altro colore: i rinforzi corali, il rolling e la melodia che chiude sempre in maggiore su un leggerissimo riposo del suono, la chitarra elettrica che cerca dialoghi di slide e di blues e le liriche che hanno spazio e tempo per esprimersi al meglio… e la penna di Ballerini sa come scegliere le parole giuste. Per me è questo il brano più bello di questo disco. La vera novità di un artista che da pochissimi anni ha trovato la via della canzone inedita.
«Annoto sempre su un diario i fatti e le cose che mi hanno in qualche modo “mosso” qualcosa dentro. A volte da queste frasi disconnesse tra loro prendo spunto per comporre una canzone». I. F. Ballerini
E visto che l’appetito vien mangiando, replica la formula (e non l’estetica) con “Vestire di parole” (titolo che richiama un poco la meravigliosa “Una manciata di parole” che ci aveva regalato nel disco precedente di due anni fa): e qui ci avrei visto bene un sax o un hammond. E penso che qui invece sia il momento di maggiore espressione vocale per Ballerini che forse ha trovato (o sembra dimostrare) un agio più solido rispetto ad altri momenti.
“La guerra è finita” è un piccolo scrigno privato, come fossero preziosi lasciati in eredità da antenati che non abbiamo mai conosciuto. È un disco delicato che rompe la fretta e polverizza le ansie di arrivare. È un viaggio di parole tessute con cura. Vorrei poterlo sbattere in faccia a chi oggi programma i computer per dirsi vincente. Non che ci sia qualcosa di male nel futuro: ma ecco, qui è l’uomo che ha creato. E non si è servito di trucchi di scena o di qualche scorciatoia automatica e “intelligente”.



